La crisi parlamentare sotto re Umberto

Categorie

Nel giugno del 1898 l’eco dei cannoni di Bava Beccaris infranse l’incriminato ministero del marchese di Rudinì, club man di bell’aspetto; fu allora che cominciarono le consultazioni della Corona. I corrispondenti dei giornali inviarono alle rispettive redazioni le proprie impressioni: “Il popolo romano” si ostinava a reclamare una soluzione extraparlamentare; “La Tribuna”, dove Rastignac denunciava gravemente l’inferiorità del governo italiano di fronte all’intelligenza e alla cultura dei governati; “Il Mattino”, dove lampeggiava la prosa vesuviana di Edoardo Scarfoglio contro “il marchese dalle belle natiche”. Tutti i giornalisti, tuttavia, videro successivamente varcar la soglia del Quirinale gli uomini consolari del regime parlamentare: il marchese Visconti-Venosta, le cui fedine argentee costituivano un pressoché inamovibile ornamento della Consulta; seguì il senatore Gaspare Finali, apprezzato cultore di Plauto, di Dante e della contabilità dello Stato. A sollevare al loro passaggio il cappello a due punte cominciava il guardaportone scarlatto, poi, via via, da un saluto all’altro, da quello del corazziere sullo scalone a quello del guardarobiere in calze bianche, da quello del colonnello aiutante di campo a quello dell’aiutante di campo generale. L’antico cospiratore mazziniano e l’antico membro del governo repubblicano di Roma arrivavano fino all’inchino che, a loro volta ossequiosi, facevano al re Umberto nel suo salotto di ricevimento.

*    *    *

Il Capo dello Stato, in abito borghese di buon taglio, veniva incontro, stringeva la mano, faceva sedere: “Mi dica dunque Ella chi, a suo giudizio, nelle condizioni attuali della Camera e del Paese…”. Senza convinzione, Visconti-Venosta prima, Finali dopo, azzardarono nomi di colleghi di Palazzo Madama e di Montecitorio; li accoppiavano ai nomi dei palazzi pontifici, conventuali o patrizi che ospitavano sotto i vecchi soffitti Monsù Travet e i suoi regolamenti piemontesi, Palazzo Braschi, Sant’Agostino, la Consulta, equilibrando così scrupolosamente il Norde e il Sud del Regno come equilibravano i gruppi e i partiti di Montecitorio. Brancolavano nell’incertezza che annebbiava tutta la situazione politica dopo quei due anni di “strani e infecondi connubi”, nei quali si era svolta ed esaurita tutta l’arte politica del marchese siciliano, fra i continui impasti e rimpasti ministeriali lievitati di opportunismo che avevano dato al Paese lo spettacolo del susseguirsi di ventotto ministri in due anni. Intorno al loro tentativo fiorivano le dicerie, le critiche, i suggerimenti, i presagi dei giornali, dei circoli ben informati, dei salotti politici che allora segnavano ancora nell’ombra il posto che una volta aveva occupato l’aristocrazia. Ed era un gran contraddirsi di invocazioni alla necessità urgente della difesa sociale e di proteste democratiche.

*    *    *

Visconti-Venosta rinunciò subito all’incarico. Più a lungo durò nell’impresa il senatore Finali, dubitando che altra soluzione fosse già pronta dietro le quinte dello scenario regale, ma deciso a celebrare puntualmente il rito costituzionale che gli era stato affidato: “Per due giorni, entro un’ampia e scura carrozza di rimessa”, cercò ministri, ma le difficoltà smosse in una conversazione con Zanardelli si riformavano in un colloquio con Sonnino, quello che andava bene con Sonnino era precisamente quello che andava male con Giolitti, e anche il senatore Finali rassegnò il mandato ricevuto. Allora i giornalisti videro arrivare al Quirinale un signore di statura un poco superiore alla media, diritto, magro, i capelli candidi a spazzola, i lunghi baffi arcuati e sotto il labbro inferiore un lieve accenno di mosca; lo sguardo energico, il sorriso cortese. Il suo portamento era quello che le chiuse e abbottonate tuniche dell’epoca, i pantaloni col sottoscarpa e l’imprescindibile sciabola plasmavano sul corpo dei militari anche quando assumevano l’incognito della redingote aperta sul panciotto fantasia e del bastone di malacca.

*    *    *

Mille piccoli segni lo dicevano differente dai due personaggi che lo avevano preceduto: nel suo saluto alla bandiera del corpo di guardia, nessuna trasandata confidenza, ma un rispetto rigido e austero; nella sua risposta all’attenti del corazziere di servizio nessuna distrazione frettolosa, ma una precisione breve e insieme una fulminea percezione che quell’uniforme è a posto col regolamento; e nel suo inchino al Sovrano non la semplice forma di un ossequio imparato tardi da un ex-suddito di Francesco Giuseppe o di Pio IX, che in fondo non dimentica che la Corona gli deve un “sì” al plebiscito, ma una spontaneità che viene da lontano, un’abitudine di sempre. Questo parlamentare chiamato a consulto è savoiardo e militare e, per lui, Umberto I, malgrado le formule e la prassi costituzionali, è molto di più del Sindaco d’Italia che un Oriani può vedere nel successore di Umberto Biancamano. E Umberto a sua volta sa benissimo riconoscere, in questo senatore del Regno che è stato deputato di Sinistra, i lineamenti essenziali, che sono appunto quei baffi guerrieri, quella rigidità scattante e quel lontano accento piemontese. La sera del 25 giugno i giornali annunciano che il re ha incaricato il senatore generale Luigi Pelloux di formare il nuovo ministero.

Vittorio Scacco

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*