La crisi parlamentare sotto re Umberto (seconda parte)

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“Universalmente si sente la necessità di un governo che sappia e mostri nettamente ciò che vuole, che abbia più sicura fede nel proprio diritto, e sappia, senza debolezze e meschine preoccupazioni parlamentari, fronteggiare sempre gli apostoli dell’odio e della ribellione”, aveva detto l’onorevole Sonnino assalendo dal suo banco di destra “la serena, quasi inesplicabile imprevidenza” del marchese di Rudinì. Era quella l’ora grigia annunciata da Cavallotti. Il popolo italiano aveva visto crollare dalla sua unità sei governi legittimi, e dopo questa rivoluzione nessun Cromwell o nessun Bonaparte era sorto a insegnargli di nuovo il senso dell’autorità e l’abitudine alla disciplina. Era venuto invece, il “vecchio ombrello sul quale aveva piovuto molto”, l’onorevole Depretis, con la sua barba da santone, la sua zazzera da poeta e il suo cinismo alla Walpole, a “mescere in Montecitorio celie allobroghe e ambagi”. Il discredito minava tutte le Istituzioni del regno, “debole della sua troppa storia e nello stesso tempo poca storia”, come la malaria minava ancora molti dei suoi borghi e perfino certi quartieri della sua capitale: appena gli italiani non avevano avuto più bisogno di vedere nel Parlamento e nel patrimonio di idee e di dottrine che esso rappresentava, il pretesto giustificatore del moto unitario, lo aveva colto una subitanea decadenza.

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Gli studiosi segnalavano “la insistente e mettiamo pure sacrilega domanda di fare a meno per qualche anno del parlamento”, formulata da una vasta parte dell’opinione pubblica: “quella che noi chiamiamo pomposamente la politica del Paese non ha nessuna eco nel pubblico, il quale rispetto ad essa non ama e non teme più nulla. Ogni entusiasmo è spento e vi è subentrata una malinconia e accidiosa indifferenza che arriva fino al punto di attutire il sentimento della Patria”. I ministri si succedevano senza nemmeno dar il tempo alla Camera di dare una indicazione precisa dei suoi orientamenti. “I prefetti, i questori, non sapendo più quale sia l’indirizzo del governo e temendo di essere sempre umiliati, sconfessati e sacrificati, non osano prendere su sé nessuna responsabilità”. I sovversivi invadevano le vie della capitale inneggiando ad Acciarito, e carabinieri e questurini rimanevano chiusi nelle caserme. “Da un lato una continua propaganda d’odio fra le classi” che destava nei lavoratori l’illusione di poter instaurare “d’un tratto, con la violenza, il regno dell’uguaglianza e del benessere”; dall’altro lo sfacimento dei partiti liberali “cui viene mancando la fede nel proprio credo e nelle proprie formule”.

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E intanto a sinistra esplodevano le bombe degli anarchici, a destra scoppiavano gli scandali delle banche e i primi commendatori andavano in fila al carcere giudiziario. In Italia un partito conservatore non si era mai potuto costituire: il “non expedit” gli toglieva il seguito delle sole masse che avrebbero potuto seguirlo; era difficile trovare argomenti da proclamare in una monarchia plebiscitaria della quale quasi tutti coloro che allora vivevano avevano veduto le origini. Ma esistevano dei conservatori: c’erano i superstiti del mondo antico; gentiluomini piemontesi con tre o quattro nomi francesi per uno, nei loro palazzi barocchi e nelle caserme dei loro antichi reggimenti; latifondisti napoletani e siciliani; qualche figlio che si atteggiava a fare il socialista nel leggiadro orrore delle dame; c’erano i rappresentanti della nuova società, industriali milanesi e agricoltori lombardi.

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Larghi di spirito nelle loro imprese, ma un po’ troppo propensi a trovar naturale far lavorare un operaio dodici ore al giorno a vigilare ingranaggi e cinghie di trasmissione, per poi dar la colpa di tutte le difficoltà italiane alla corruzione di “quelli della bassa”; fra i primi e i secondi c’erano i proprietari toscani, di casato antico e di vedute moderne, arguti e scettici, stretti intorno “alla giacca molto rurale e all’aspetto di buon mezzadro” del marchese Torrigiani. Tutta questa gente disparata si sentiva ugualmente sgomenta dalla propaganda sovversiva. Maldacea vi scherzava sopra sul palcoscenico dei primi cafés chantants:

“Zizì che v’ha lassato?  /  Embé, mettite accà!  /  Bisogna conoscere la collettività!”.

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E i signori in poltrona ridevano lieti, ma il riso cadeva quando poi sui giornali leggevano dello sciopero dei muratori a Firenze; le violenze tribunizie di Andrea Costa; la burlesca, ma sintomatica resistenza del deputato Pescetti, assediato dentro Montecitorio come in una chiesa medioevale da un imponente e vano spiegamento di delegati, di carabinieri e di questurini; i conflitti fra forza pubblica e i contadini dei villaggi meridionali; e a riassumer tutto in una vampata di panico, i fatti di maggio. E allora in lombardo, in piemontese, in napoletano, in fiorentino, contestavano che così non si poteva andare avanti e che era tempo di salvare le istituzioni.

Vittorio Scacco

Domani, su L’Universale, la terza parte.

Qui, la prima parte.

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