La crisi parlamentare sotto re Umberto (terza parte)

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A dare agli industriali, alle loro apprensioni e ai loro timori il senso nazionale che vi mancava, o almeno era nascosto dalle preoccupazioni di classe, era sorto Sidney Sonnino. Questa strana figura di parlamentare esoterico, che da ingredienti semiti e protestanti aveva filtrato in sé un’incensurabile italianità, era diventato il capo del movimento conservatore, e gli aveva dato il prestigio della sua preoccupazione patriottica che scorgeva nella propaganda sovversiva soprattutto i motivi antinazionali: la rivolta a qualunque disciplina, l’insidia contro la saldezza dell’esercito, la beffa a ogni ideale di sacrificio civico. Aveva sentito la necessità dell’esistenza del Capo per mettere fine al sistema delle irresponsabilità e delle incompetenze; in un famoso articolo aveva bandito la necessità di sottrarre il potere esecutivo all’assillante controllo parlamentare. Era un uomo di studio, un mediocre oratore: “Non sa parlare se non ha davanti a sé tutto il discorso scritto in grandi cartelle”. Era privo di qualunque sensibilità popolare. La sua voce e i suoi ragionamenti non oltrepassavano le file dei banchi sui quali si allineavano, come i paralumi delle ribalte, i crani dei suoi onorevoli colleghi. E malgrado i suoi sforzi onesti, il suo patriottismo e la sua buona fede, rimaneva un uomo della sua classe, ciò che era già abbastanza pregevole in un tempo in cui ciascun borghese di solito non vedeva che sé stesso: ma non era l’uomo della Nazione.

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Del resto, malgrado la sua grande superiorità morale e intellettuale su tutti coloro che erano con lui, egli pure commetteva il loro stesso errore. E tutti vedevano nell’ordine il fine da raggiungere, e non il mezzo per conquistare un destino nazionale capace di convocare in un comune intento il popolo unanime. Da tutte queste aspirazioni e da tutti questi timori del mondo di destra, l’onorevole Sonnino era riuscito a suscitare finalmente il ministero Pelloux. E tuttavia questo era un ministro di sinistra. Almeno ne era stato padrino l’onorevole Zanardelli, col quale il generale aveva avuto lunghi colloqui in Piazza Apollinare, e a comporlo erano numerosi e rappresentativi i deputati di sinistra. Vi appariva infatti l’onorevole Fortis, ex-repubblicano convertito alla monarchia che si unisce, “partito dell’arresto di Villa Ruffi”, lungo una strada che doveva condurlo alla presidenza del Consiglio; c’era Nunzio Nasi, sindaco e deputato democratico di Trapani, che per ora si accontentava delle Poste e Telegrafi, visto che Fortis si era accontentato dell’Agricoltura, ma guardava con più vaste speranze a un avvenire che lo condurrà in Alta Corte di Giustizia.

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L’onorevole Pietro Lacava equilibrava le spalline savoiarde del presidente del Consiglio coi ricordi del Partito d’Azione, e del tempo in cui era stato segretario generale del governo garibaldino di Napoli. E infine torreggiava sul banco dei ministri la gran testa nervosa di Guido Baccelli, tutta piena di ruderi antichi e di idee attuali, che tuttavia da quelli prendevano ispirazione di stile ciceroniano: “civis romanus quando parla, quando cammina, quando sdraiato nel suo cocchio occhieggia la folla di sotto l’ala del cappello a cilindro abbassato sulla fronte”, era uno dei pochi romani affermatisi, fra tanta eloquenza di meridionali e tanta tecnica di settentrionali, nella vita parlamentare della terza Italia. Queste presenze, però, non bastavano interamente ai gruppi di sinistra. Un senatore presidente del Consiglio: “Dov’è andata a finire la designazione della Camera? E un militare per giunta, e militare piemontese, cioè militare al quadrato!”. Che cosa era stato detto, quali promesse erano state scambiate in quei dieci giorni che era durata la crisi, dietro il velario, calato a nascondere le trattative fra la Corte e lo studio dell’onorevole Sonnino, al quale tutti facevano le congratulazioni, come se il Ministero fosse il suo ministero?

Vittorio Scacco

Domani, su L’Universale, la quarta parte.

Qui, la prima parte.

Qui, la seconda parte.

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