La crisi parlamentare sotto re Umberto (quarta parte)

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Sul nuovo governo promosso da Sonnino in molti erano perplessi; più perplessi ancora diventavano gli onorevoli di sinistra, i loro giornali, le loro riviste, quando scorgevano accanto ai volti fidati che portavano sulla fronte il crisma zanardelliano altri visi spuntare dalle sedie curuli dei ministri: quello del generale di San Marzano, pure piemontese e aristocratico, e peggio ancora antico combattente in quell’Africa inventata da Crispi; quello dell’ammiraglio napoletano Palumbo, promosso alla deputazione di Castellamare di Stabia dalla plancia della pirocorvetta “Vettor Pisani” dopo una celebre crociera di tre anni in tutti i sette mari. E infine, accuratamente rasato come quello del suo omonimo fra tanto sfoggio di barbe e di baffi, il volto dell’ammiraglio Napoleone Canevaro, nato nel Perù, ciò che sembrava mediocre giustificazione della sua nomina a ministro degli affari esteri. Con il presidente del Consiglio, il Ministero contava dunque ben quattro militari, esattamente il doppio della dose normale: e a quel tempo, Mac Mahon, Boulanger, l’affare Dreyfus “le spese improduttive” e Bismarck al Reichstag in divisa da corazziere, avevano creato intorno ai militari una diffusa atmosfera di sospetto liberticida.

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Tuttavia si voleva essere volonterosamente ottimisti. Per rassicurarsi si faceva accuratamente l’inventario delle manifestazioni sinistrose fornite dalla carriera politica del presidente del Consiglio, si passavano al vaglio democratico i suoi discorsi elettorali, “nei quali trovate dichiarazioni che addirittura sembrerebbero anche troppo accentuate per un generale”: il generale Pelloux, dicevano, è più figlio del parlamento che dell’esercito; era stato Benedetto Cairoli che lo aveva presentato per la prima volta agli elettori di Livorno; e certo perché non dimentico di queste origini, in maggio, comandante del corpo d’armata di Bari, aveva rifiutato di proclamare lo stato d’assedio nel territorio posto sotto la sua giurisdizione. Infine, in un momento in cui si confondevano volentieri i cattolici coi sovversivi, e le stesse circolari scioglievano i circoli Barsanti e i comitati diocesani, era anche confortante ricordarsi che il maggiore Luigi Pelloux aveva aperto con le sue batterie la famosa breccia nelle mura difese dagli zuavi di Kanzler e dalla Madonna affrescata da Silverio Capparoni. Contro quattro militari, stavano schierati sei avvocati. “Speriamo”, diceva un deputato di spirito, “che i quattro militari si avvocatizzino più che non si militarizzino i sei avvocati”.

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Per qualche mese tutto parve andar bene. Il marchese di Rudinì partì per il Capo Nord. Montecitorio prese le vacanze e gli onorevoli, in candide giacche, sciamarono alla scoperta di Viareggio o verso gli abituali nidi estivi di Montecatini. I quattro militari e i sei avvocati cominciarono a smaltire pratiche e raccomandazioni fra i marmi e le dorature delle console ministeriali. A poco a poco, anche gli stati d’assedio vennero tolti. La normalità ritornava: alla celebrazione del 20 settembre non mancò né un labaro verde né un’invettiva contro “l’idra sacerdotale imbaldanzita”. Poi venne l’appello dello zar Nicola per la pace e il disarmo e, con il declinare degli ultimi mesi del ’98, anche le prime discussioni per stabilire se l’anno prossimo sarebbe stato l’ultimo o il penultimo del glorioso o stupido secolo XIX. Ma le inquietudini emigrate tornarono con l’autunno a svolazzare nei cuori dei deputati, che si trovavano nei corridoi e nelle sale di Montecitorio, dove gli inservienti già toglievano le fodere di tela dalle poltrone e svolgevano le guide sui pavimenti, presagio dell’imminente ripresa.

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E nei gruppi di quelli di sinistra, si ritornò a parlare di piano reazionario pronto per il prossimo inverno, “preparato nell’ombra dall’onorevole Sonnino”, dicevano cautamente i ministri di ieri e di domani; da ben più alto e inviolabile personaggio, dicevano gli estremisti ancora molto lontani dal “se il re mi facesse l’onore”. Quelli di destra invece si impazientivano di vedere che il ministro si limitava all’ordinaria amministrazione, e già si domandavano  se il generale piemontese non avesse trovato la su Capua fra il coupé del ministero, gli onorevoli e le grandi dame che aspettano in anticamera di parlare con sua eccellenza. In alta Italia, dicevano, i sovversivi progredivano ogni giorno: e il governo che fa? Per rispondere alla loro domanda, che diventava più ansiosa man mano che i fatti di maggio sembravano dileguarsi nel facile oblio democratico, il tenente generale Pelloux presentò nel febbraio del ’99 le sue famose “leggi d’eccezione”.

Vittorio Scacco

Domani, su L’Universale, la quinta parte.

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