La crisi parlamentare sotto re Umberto (quinta parte)

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Il tenente generale Pelloux presentò nel febbraio del ’99 le sue famose “leggi d’eccezione”. Leggi d’eccezione! “Leggi di paura e di odio” le definiva il deputato Andrea Costa, socialista romantico. Ma quali erano queste famose leggi che hanno tanto turbato il sonno degli italiani di fine Ottocento? Una prima legge militarizzava i ferrovieri e i postelegrafonici, un’altra puniva lo sciopero degli addetti ai pubblici servizi: si trattava, di fronte al fenomeno degli scioperi, non tanto di armare lo Stato, quanto di impedire che fosse disarmato. Altre ancora autorizzavano il divieto di comizi all’aperto e lo scioglimento delle associazioni miranti a rovesciare con la violenza le istituzioni; e, in sostanza, si limitavano a dare una sanzione legale a quanto i prefetti e i questori avevano sempre fatto, anche senza legge. Infine vi era la legge sulla stampa. Fin dai tempi di Bettino Ricasoli l’incontrollata libertà dei giornali aveva fatto sentire il peso sulle politiche del governo: “Che forza volete che abbia il ministro degli Esteri di fronte alle potenze quando gli si possono opporre i nostri stessi giornali?” aveva detto nel Parlamento di Torino il successore del conte di Cavour.

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Ed erano i giornali piemontesi che mandavano in dono ai loro abbonati un’accetta con la scritta “Dàlli al tronco!”, e che quando erano tentati di servirsi di una sventura dell’esercito nazionale, lo facevano traendo dalla loro retorica accenti epici di dolore giacobino, “insultando i morti e il loro valore con la volgarità plebea del Sor Capanna”. Giornali che avevano raggiunto appena la farmacia del borgo e il caffè di piazza, e non ancora l’osteria del suburbio dove il mezzo litro di vino rosso colorava tutta la politica dei compagni elettori, mandava giù qualunque cosa: l’ammiraglio Bettolo che traffica fra le corazze delle regie navi e le azioni della Terni; il “povero Misdea” spinto al delitto della bieca ferocia dei gallonati; gli scheletrini di bimbi trovati sepolti nell’orto del convento; fino al grasso signore che travolge con la sua carrozza a due cavalli l’operaio con dodici figli e mormora alzando le spalle: “Uno di meno!”.

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I freni che il generale Pelloux proponeva per questi eccessi con le sue leggi, che del resto erano avvallate per l’accettazione della sinistra dal nome primaverile dell’onorevole Finocchiaro-Aprile, antico ufficiale di Monterotondo, un altro arrivato dalle congiure mazziniane ai sigilli dello Stato, non avevano proprio nulla che meritasse di far tirare in campo lo knut russo e il bastone tedesco: la responsabilità dello scrittore oltre quella del gerente, l’obbligo, per i fogli recidivi, della cauzione e del preventivo esame dell’autorità, la punizione della diffusione di notizie false. Tuttavia a sinistra si gridò alla reazione, al colpo di Stato. Ma i deputati liberali di sinistra si trovavano in una situazione psicologica difficile: erano ancora dei cittadini e in maggio avevano visto le piazze riempirsi di scamiciati compagni. D’altra parte non erano rassicurati sulle intenzioni finali di quel generale nominato dal principe. Sapevano che fra la sommossa come quella di ieri e il colpo di Stato temuto per domani, non ci sarebbe stato posto per il loro mondo di elettori e di programmi.

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Erano colti, e parlavano della sorte malinconica dei girondini, oppure del 2 dicembre, di Thiers a Mazas, di Victro Hugo a Jersey. Dai banchi ministeriali gli amici dell’onorevole Zanardelli ammiccavano: “come potete credere?”. Allora sospirando si decisero, e quando le leggi vennero presentate alla Camera in prima lettura, votarono per il passaggio alla discussione degli articoli, con tutto che il generale Pelloux aveva dichiarato che quel voto significava, “qualunque restrizione mentale si voglia fare da taluno”, e “esplicita fiducia” per il suo sistema. Coi loro voti, con quelli del centro e della destra, il Ministero raccolse una maggioranza imponente. Nel regno si vociferò poco. Le leggi furono promosse da semplicemente reazionarie a infami; qualche comizio autorizzato in locale chiuso accennò a mutarsi all’ora dell’uscita in una dimostrazione per le strade, mentre risuonavano i tre squilli e accorrevano i delegati: i questurini col chepì ornato di una nappina azzurra piantavano sui toraci dei dimostranti le grosse mani guantate di filo bianco, inesorabili come respingimenti di locomotive, e le bombette rotolavano sul Corso fra le zampe filosofe delle pariglie degli omnibus.

Vittorio Scacco

Domani, su L’Universale, la sesta parte.

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