La crisi parlamentare sotto re Umberto (sesta parte)

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Gli zanardelliani credevano, con la loro condiscendenza, di aver legato ai loro banchi il Ministero e di poter controllare così la discussione degli articoli. Con stupore videro che il Ministero riempiva la Commissione parlamentare con tutti onorevoli colleghi dei banchi della destra e del centro e favoriva la nomina a relatore dell’onorevole Pasquale Grippo, che dichiarava di “non esitare nella scelta fra la libertà e l’unità”, minacciata dai sovversivi. Dove erano andate allora a finire le promesse ufficiose di prima della votazione? Si sentirono più o meno presi in giro ma non potevano nemmeno domandare spiegazioni ai loro amici del Ministero: in maggio, il generale Pelloux, approfittando dell’affare della baia di San Mun dove si era incagliata la diplomazia dell’ammiraglio Canevaro, aveva completamente trasformato il suo ministero, con una specie di gioco di prestigio dietro le quinte, e aveva sostituito i ministri cresimati dall’onorevole Zanardelli con altri tenuti a battesimo dall’onorevole Sonnino.

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Era tornato agli Esteri il vecchio Visconti-Venosta, nome dinnanzi al quale in verità tutti si inchinavano, giacché da tanti anni che il marchese abitava, salvo brevi intervalli, alla Consulta, aveva finito per diventare una figurazione dell’Italia molto più convincente del fiero donnone dalla testa incoronata di torri e dal seno loricato, della quale, a quel tempo, nemmeno i mandarini dello Tsung-li-Yamen avevano preso sul serio il cipiglio. Alle Finanze, Paolo Carcano, “così sottile che pare possa servire per segnalibri”, era stato rimpiazzato con l’onorevole Pietro Carmine, che malgrado il nome da santuario napoletano, era un buon lombardo, ingegnere, appartenente a quei moderati milanesi per i quali la perdita del comune di Milano era stata una catastrofe nazionale, e che tenevano nascosta in un cortile la statua di Napoleone III per non dare un dispiacere a Cavallotti e ai suoi successori.

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Il nuovo guardasigilli Adeodato Bonasi, conte e senatore, d’una vecchia famiglia modenese, aveva installato a Piazza Firenze la sua indiscussa competenza di giurista e le sue oneste convinzioni di conservatore patriota, che non vuol giungere a rimpiangere “nel disordine dell’Italia unita, l’ordine degli Stati estensi”. L’onorevole di San Giuliano, altro conservatore e altro marchese, aveva detto, durante la discussione in prima lettura, di trovare “i provvedimenti buoni ma i ministri pessimi”: ora che si miglioravano i ministri, era naturale dargli posto fra loro, ed egli aveva sostituito alle Poste l’onorevole Nasi: Catania sostituiva Trapani , così non si alterava troppo l’equilibrio geografico del gabinetto. Al ministero della marineria risuonò imperioso l’accento genovesissimo di Giovanni Bettolo. Antonio Salandra andò all’agricoltura. Del vecchio ministero rimasero soltanto Lacava e Baccelli, tanto per cercar di aspirare nelle urne ministeriali ancora qualche voto di sinistra.

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Ma la sinistra di tutte le sfumature era fuori di sé: i costituzionali vedevano in quel gabinetto nuovo, sorto senza le designazioni di alcuna votazione, formato senza che neppure venissero chiamati al Quirinale i presidenti delle due Camere, qualche cosa del tutto fuori dallo Statuto, o peggio ancora, qualche cosa del tutto conforme allo Statuto come lo concepiva l’onorevole Sonnino: e gli dichiararono guerra attraverso le dimissioni clamorose dell’on Zanardelli dalla presidenza della Camera. I gruppi estremi, che si dividevano in radicali e socialisti, con l’ornamenti degli ultimi repubblicani, erano in guerra contro Pelloux fin dal primo giorno: ma di fronte a quel ministero così tutto di destra, e a quella Commissione parlamentare che accentuava tutte le disposizioni delle leggi d’eccezione, decisero di inasprire le loro operazioni belliche: e deliberarono di impiegare l’ostruzionismo, gas asfissiante delle battaglie parlamentari.

Vittorio Scacco

Domani, su L’Universale, la settima parte.

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