La crisi parlamentare sotto re Umberto (settima parte)

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L’ostruzionismo era un’invenzione irlandese, come il boicottaggio: con questo si tagliavano i garretti delle mucche dei landlords protestanti, con quello si tagliavano le gambe delle maggioranze di Westminster. Alla Camera austriaca, dove era stato introdotto dai tedesco-nazionali contro il conte Badeni, le cose erano andate male e il presidente aveva dovuto finire per decidersi a sostituire il suo campanello inascoltato con un plotone di gendarmi. A Montecitorio l’applicazione del sistema cominciò il primo giugno, appena iniziata la discussione degli articoli delle leggi d’eccezione. Contro i sessanta deputati dell’estrema, che avevano il loro quartier generale nella Sala Rossa, e ai quali gli zanardelliani davano il loro appoggio più o meno palese, stava sull’alto seggio presidenziale l’onorevole Chinaglia, barbuto e calvo, valoroso combattente garibaldino in gioventù, ora “brava e cortese persona, il cui maggior desiderio era di conservare intatta la veneta giocondità del temperamento”.

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Intorno a lui, armato d’un regolamento scarico, la maggioranza ministeriale spiegava i suoi ranghi, che sarebbero stati imponenti se i suoi membri, invece “di andarsene al mare e ai monti”, fossero stati diligenti e dirigenti, come diceva l’onorevole Giustino Fortunato, e non avessero fatto troppe volte il gioco degli ostruzionisti, che ogni momento chiedevano la verifica del numero legale, e il numero legale non c’era e bisognava toglier la seduta. Davanti agli occhi del Paese che, eccettuati i pochi interessati direttamente in quella storia, non sapeva se ridere o piangere, tutto il mese di giugno passò in questa farsa: al principio di ogni seduta, un Ferri o un Prampolini si alzavano, domandavano la verifica del numero legale, che esigeva un interminabile appello nominale. Se il numero legale c’era, e si poteva aprire la seduta, allora domandavano l’appello nominale per l’approvazione del verbale della seduta precedente.

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Terminato quest’ultimo appello, e intanto era passata un’ora, uno di loro chiedeva la parola, e per tutta la seduta versava nell’emiciclo fiumi di parole, spaziando nella storia universale e nella legislazione comparata, ritrovando Catone e Aristotele, passando dal senato spartano o ateniese alla camera dei deputati greci o al Rigstaadt norvegese, citando Sant’Ambrogio o San Tommaso. Quelli che non avevano abbastanza cultura o fantasia per permettersi tanto sfoggio di reminiscenze e di citazioni, se la cavavano lo stesso leggendo ad alta voce trattati di diritto costituzionale o addirittura gli articoli e la cronaca dei giornali di provincia. Un ostruzionista, precursore dei divi del cinematografo, arrivò perfino al discorso mimato. Al suo posto sulla vetta della montagna, lo si vedeva far gesti oratori e muover la bocca, ma nessuna parola raggiungeva l’udito intento dei poveri stenografi.

Vittorio Scacco

Domani, su L’Universale, l’ottava parte.

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