La crisi parlamentare sotto re Umberto (ottava parte)

Categorie

La maggioranza si snervava e il Paese pure. L’istituto parlamentare si immergeva nel ridicolo. Allora l’on. Sonnino presentò la proposta di un nuovo e più severo regolamento della Camera, mentre il generale Pelloux faceva firmare dal re, il 22 giugno, un decreto legge che metteva in vigore le leggi di eccezione a partire dal 20 luglio prossimo: così la Camera avrebbe sempre potuto discutere la conversione in legge del decreto; ma intanto veniva fatto cadere lo scopo principale dell’ostruzionismo, di ritardare l’applicazione delle misure restrittive. Più che mai si parlò, si scrisse e si declamò di colpo di Stato, di Polignac, di Carlo X, di Radetzky. Il decretone! Si sarebbe detto a sentir tanto chiasso scandalizzato, che esso avesse suscitato due carabinieri reali accanto ad ogni avversario politico del ministero Pelloux e che l’on. Sonnino avesse indossato un costume completo da domenicano del Sant’Uffizio. Nella seduta del 30 giugno, gli estremisti, che avevano deciso di applicare l’ostruzionismo anche alla discussione del nuovo regolamento proposto da Sonnino, cominciarono la solita storia: appello nominale per il numero legale, appello nominale per l’approvazione del verbale. Il presidente protestò: “Non mi presto a queste manovre!”; e fece disporre le urne per la votazione di alcune leggi secondarie.

*    *    *

Allora i deputati dell’estrema invasero l’emiciclo e mentre si scatenavano i pugni in un balenar di polsini inamidati , il presidente si cacciava in testa il cilindro, nel clamore confuso scintillavano a tratti aggettivi anche troppo precisi; qualcuno afferrò le urne, ne ruppe due, ne acciuffò un’altra e filò via con quel trofeo sotto il braccio. E forse non sapeva neppure lui se commetteva un sacrilegio o faceva uno scherzo. L’Italia era sfuggita fino allora a quella ondata di malcreanza che insudiciava i parlamenti europei. Adesso era pari agli altri. Anche da noi la politica s’era rimboccata le maniche ed era scesa, come una serva al mercato, agli insulti e ai pugni. La sessione fu chiusa, e riaperta il 14 novembre nell’aula di Palazzo Madama, perché, dicevano fra i sorrisi increduli gli esperti del genio civile, il lucernaio dell’aula Comotto minacciava rovina.

*    *    *

Il giorno prima avrebbe dovuto esserci la fine del mondo: la fine del mondo sul serio, quella calcolata dall’astronomo tedesco Falb, non quella profetizzata ogni giorno dalla perseveranza;  e la prospettiva di vedere ostruzionismo e decretone finire insieme combusti dai gas della cometa di Biela aveva molto attenuato l’agitazione del grosso pubblico e la sua curiosità. Del resto, in tutto quel frastuono di retorica, di chiacchiere e di male parole, il Paese aveva finito per non raccapezzarsi più: l’ostruzionismo lo irritava, ma quasi lo irritava di più il fatto che il ministero non riuscisse a reprimerlo. Col suo buon senso semplificatore, non capiva che ci si affermasse campioni dell’ordine di fronte alle folle, e poi non si sapesse metter a posto sessanta onorevoli in Montecitorio. Disorientato e intanto distratto abilmente dal ricordo dei tumulti e dei timori dell’anno prima da tutta quella coreografia parlamentare, si lasciava andare a poco a poco ad accettare la tesi che quel generale, quei senatori, quei censitari, non fossero che i rappresentanti di una consorteria di notabili. La causa essenziale dell’ordine si deformava ai suoi occhi secondo i volti e gli abiti di quei personaggi visti dai caricaturisti di sinistra.

Vittorio Scacco

Qui, la prima parte.

Qui, la seconda parte.

Qui, la terza parte.

Qui, la quarta parte.

Qui, la quinta parte.

Qui, la sesta parte.

Qui, la settima parte.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*