Il delitto Matteotti (terza parte)

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Gli “aventinisti” indicarono in Mussolini il mandante del delitto e confermarono la loro linea di disconoscimento del Governo. Nel lungo periodo l’azione si sarebbe poi arenata nelle paludi dei disaccordi, a causa della diversità ideologica dei componenti delle opposizioni e a causa del disaccordo sui metodi di condotta della lotta politica. Vi era, infatti, chi come Amendola o Salandra, voleva sollecitare l’intervento diretto di Sua Maestà Vittorio Emanuele III nei confronti di Mussolini e, vi era chi, come Gramsci, spingeva su una soluzione sindacalista e rivoluzionaria. Riteneva egli che solamente uno sciopero nazionale avrebbe potuto rompere lo status quo. Vittorio Emanuele III non prese provvedimenti, trincerandosi dietro questioni procedurali, e affermando di non poter sfiduciare un Governo che, con una significativa maggioranza, aveva la fiducia degli italiani.

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Nel frattempo, Cesare Rossi, ricomparve a sorpresa a Roma e si costituì. Aveva il dente avvelenato ed era stato costretto alle dimissioni dallo stesso Mussolini. Voleva vuotare il sacco. Mussolini prendeva tempo grazie al fatto  che il re continuò ad ascoltarlo. Quando si fece uno degli ultimi tentativi per convincerlo a sfiduciare il Governo, Vittorio Emanuele cambiò argomento e si mise a parlare di caccia alla quaglia. Era ormai era chiaro che la Monarchia non solo non condannava l’operato del Governo fascista, ma tacitamente gli dava il suo appoggio. Tuttavia, il Primo Ministro non poteva più indugiare, anche perché le già infuocate polemiche vennero rese più acute con la divulgazione del memoriale di Cesare Rossi. Dal memoriale emerse l’esistenza di una polizia segreta fascista chiamata C.E.K.A. (come la polizia sovietica) avente il compito di reprimere le opposizioni politiche.

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Rossi indicava in questa struttura para-poliziesca l’esecutrice materiale del delitto. Il succedersi di tutti questi avvenimenti metteva in gioco non solo la tenuta del Governo, ma qualcosa di più. Mussolini non era assediato solamente dalle opposizioni, riunite in una sala Avventino in segno di protesta, ma anche dai suoi stessi sostenitori, su tutti da Farinacci. Costoro che l’avevano seguito nell’avventura cominciata con la “marcia” del 28 Ottobre 1922, sentendosi in pericolo, chiedevano un intervento risolutore. Non  volevano  ulteriori tentennamenti. Minacciavano di trascinarlo con loro nel baratro. Venne fatto capire al capo, che il Partito poteva fare a meno di Mussolini, ma Mussolini non avrebbe potuto fare a meno del Partito. Era arrivato il momento di agire e Mussolini aveva già scelto quale strada intraprendere. Gli Italiani avrebbero presto scoperto che quella sarebbe la prima delle tante decisioni irrevocabili.

Stefano Carta

Domani, su L’Universale, la quarta parte.

Qui, la prima parte.

Qui, la seconda parte.

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