Trump e Putin: un nuovo Reset tra Washington e Mosca?

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L’elezione di Donald Trump come 45° presidente degli Stati Uniti ha rappresentato uno shock politico non solo per milioni di americani ma anche per tutta la comunità internazionale. Un variegato mix di timori e incertezze aleggia attorno alla nuova indecifrabile amministrazione. Parte delle inquietudini riguardano la politica interna – economica, sanità, migrazioni -, e derivano da quanto il tycoon americano ha dichiarato in campagna elettorale. Per quanto riguarda la sua agenda di politica estera è quanto non è stato detto, un silenzioso alone di mistero, a suscitare perplessità. Limitati e frammentari sono stati i discorsi e le parole, spese verso quella che sarà la politica estera trumpiana. Tuttavia, sono numerosi i dossier esteri che attendono «The Donald». Tra questi, quello riguardante il futuro dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa, gravemente sfilacciati nell’ultima fase della presidenza Obama.

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Eppure, quasi paradossalmente, l’elezione del controverso Trump potrebbe aprire spazi inaspettati, entro i quali costruire nuovi canali diplomatici di collaborazione tra Washington e Mosca. Non sarebbe la prima volta che, giunti a un’acme di tensione, si è cercato di abbassare i toni e ricercare una win&win co-operation. Il caso più recente risale al primo mandato di Barack Obama che, così come ora il neo eletto Trump, ereditò una situazione difficile nelle relazioni russo-statunitensi. Infatti, il periodo 2007-08 della presidenza Bush, furono anni d’attrito in vari ambiti: la questione del dispiegamento dello scudo missilistico nell’Europa Orientale; il discorso di Monaco del febbraio 2007 pronunciato da Vladimir Putin che denunciò l’inefficacia del modello unipolare nelle relazioni internazionali sostenuto dagli Stati Uniti; le vicende delle Rivoluzioni colorate nello spazio ex-sovietico in Georgia e Ucraina; l’intervento militare russo nell’agosto ‘08 in Georgia a seguito degli scontri nella repubblica dell’Ossezia del Sud.

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In questo clima di tensione crescente, l’elezione nel novembre 2008 di Barack Obama fece presagire la possibilità di un cambio di rotta. E difatti, durante il periodo obamiano e, complice la contemporanea presidenza in Russia di Dmitry Medvedev (2008-2012), fu avviata una politica atta a recuperare un rapporto costruttivo tra i due Paesi, alla quale il Dipartimento di Stato, guidato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, diede il nome di «Reset policy». Obiettivo del reset fu il tentativo di azzerare lo stato conflittuale delle relazioni giunto a un livello pericoloso, avviando una nuova fase più rilassata tra le parti e di cooperazione. Tra il 2009 e il 2010 il bottone del reset sui rapporti Stati Uniti-Russia venne premuto: anche fisicamente. Un tragicomico siparietto ebbe luogo nel marzo 2009 a Ginevra, quando la Clinton invitò il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov a premere insieme un bottone dal colore rosso inserito in una piccola scatola, sulla quale era riportata la scritta in cirillico «peregruzka» (sovraccarico) invece di «perezagruzka» (reset), suscitando un misto d’imbarazzo e risate tra le due delegazioni.  Errori di traduzione o no, il reset sembrò funzionare, giungendo a risultati di rilievo, tra cui il congelamento da parte statunitense della costruzione dello scudo anti-missile in Polonia e Romania, e la firma, nell’aprile del 2010, del «New START Treaty», il nuovo accordo sulla riduzione degli armamenti strategici in sostituzione dell’accordo START del 1991, stipulato tra Stati Uniti e Unione Sovietica ormai scaduto.

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L’idillio del reset entrò presto in crisi. Soprattutto in coincidenza delle successive scadenze elettorali nei due Paesi, che videro da una parte il rinnovo del mandato per Obama, e dall’altro il ritorno per una terza presidenza di Vladimir Putin. I sospetti circa irregolarità sulle elezioni russe, la ripresa della costruzione dello scudo anti-missile in Europa orientale, il carattere maggiormente assertivo della politica estera russa nello spazio ex-sovietico chiamato «near-abroad», furono gli elementi del naufragio del reset. La pietra tombale alla normalizzazione delle relazioni tra Mosca e Washington e, più in generale, tra la prima e le capitali Occidentali, fu posta alla fine del 2013 e all’inizio del 2014, con la crisi in Ucraina. Le sanzioni economiche varate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea contro la Russia, il moltiplicarsi delle esercitazioni militari nell’Europa Orientale sia della NATO sia da parte dell’esercito russo, il ritrovato protagonismo del Cremlino in Medio Oriente con l’intervento in Siria, sono solo alcuni elementi del nuovo clima di tensione e diffidenza.

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E ora con Donald Trump cosa succederà? Paradossalmente potrebbe prospettarsi l’avvio di un nuovo tentativo di reset, sebbene su basi differenti. La «foreign policy» trumpiana potrebbe essere ispirata da una concezione jeffersoniana dell’azione estera, ossia rinunciataria su molti scenari considerati non prioritari, ripiegata su se stessa e orientata a mantenere risorse ed energie solo nei teatri più direttamente legati agli interessi nazionali statunitensi. Questo, declinato nel contesto internazionale attuale, potrebbe corrispondere ad un retrocedere dell’influenza statunitense in alcune aree del pianeta, come il Medio Oriente e la stessa Europa, nelle quali la Russia potrebbe inserirsi per raggiungere quel tanto agognato ruolo di attore internazionale perso con il crollo dell’Unione Sovietica, e che Putin va ricercando da tempo in quanto necessario a una Russia  che, ancora claudicante economicamente a causa del ribasso dei prezzi del petrolio e per le sanzioni, attraverso il riconoscimento internazionale di un proprio alveo d’azione geopolitica, ne ricaverebbe ulteriori garanzie per la propria stabilità interna. Pertanto, l’amministrazione Trump potrebbe facilitare la rimozione di quegli ostacoli all’avvio di un reset 2.0: da un lato un tacito assenso all’azione della Russia in Siria e una minore sensibilità americana ad accogliere le ansie dei Paesi NATO dell’Europa Orientale –  Paesi Baltici, Polonia e Romania su tutti, spaventati dalla nuova assertività russa -, e dall’altro la disponibilità di Mosca a combattere il terrorismo qaedista dell’ISIS potrebbero creare le condizioni per una nuova collaborazione.

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Nonostante ciò, la natura stessa dell’azzeramento che si prospetta appare differente. Non più motivato da una cooperazione attorno a un tema di comune interesse, sia esso la «War on Terror» o la sempre cruciale politica del disarmo tra i detentori di ancora il 90 percento degli armamenti nucleari del pianeta come nei precedenti tentativi di dialogo tra i due ex rivali del confronto bipolare, ma dalla constatazione di una comune debolezza: la rinuncia statunitense al ruolo di «global policeman» – atteggiamento psicologico già rinvenuto durante l’ultimo mandato di Obama -, e la strutturale debolezza e fragilità economico-politica russa. Non v’è dubbio che questi prodromici presupposti a un rinnovato Reset appaiono assai più precari e nebulosi dei precedenti. Ma dato il livello di tensione raggiunto sul finire del 2016 c’è da augurarsi una normalizzazione delle relazioni, al fine di allontanare lo spettro di una nuova «Guerra Fredda» – non assimilabile né per attori né per scenari a quella vissuta in passato -, che contribuirebbe a destabilizzare il panorama internazionale, trascurando le minacce reali quali terrorismo, erosione degli stati nazionali africani, nuove ondate di nazionalismo e xenofobia nei paesi sviluppati, asimmetrie economiche di una globalizzazione ingolfata, cambiamenti climatici, alla sicurezza internazionale del Ventunesimo secolo.

Gian Lorenzo Zichi

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