La fine dell’Italia

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Non solo i piccoli imprenditori si suicidano, ma anche i giovani trentenni che le hanno provate tutte. È comparsa in questi giorni la lettera di un ragazzo, Michele, che stremato dai continui fallimenti che l’hanno portato presumibilmente alla depressione, si è suicidato. Una lettera in cui racconta il tormento di una realizzazione professionale mai raggiunta e di un futuro da non poter programmare. Il suo tragico sfogo è lo sfogo di una generazione intera, di un Paese vecchio. Vecchio anagraficamente ma, soprattutto, vecchio culturalmente. Michele non trovava spazio perché lo spazio è perennemente occupato. Si può dire che “magari aveva sbagliato percorso” o che “magari non era poi così bravo”. Ma in Italia, dove la scuola insegna a sopravvivere nel proprio analfabetismo e dove l’Università non spiega nulla del mondo del lavoro, è anche fin troppo facile “sbagliare percorso”. I percorsi non si conoscono. Si esce da scuola o dall’Università senza un chiaro sistema di placement o, comunque, di una adeguata formazione per far entrare i giovani nel mondo del lavoro, qualunque sia il posto che esso ha in serbo per loro.

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Ennesimo segnale che questo Paese è alla frutta, senza speranze, con decisori senza idee e votati al mantenimento dello status quo (altro che riforme!), quindi non ai giovani. Ogni tanto riverbera sui social network l’hashtag #defaultimmediato, spesso usato quando ci si trova nella situazione in cui un cretino di 50 anni (ma anche 30) in un ufficio pubblico o in un’azienda privata non ha voglia di fare nulla perché non ha effettivamente nulla da dimostrare – al massimo avrà già dimostrato di conoscere le persone giuste – e causa disservizi o dimostra una pessima etica lavorativa. Dopo pochissimo tempo, anche questa lamentela è diventata un esercizio di facile retorica.

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Però, diciamocelo, speriamo che questo default arrivi davvero. Magari così finalmente ci si potrà confrontare con chi è capace, con chi sa imparare in fretta e, soprattutto, con chi ha voglia di dimostrare qualcosa a sé stessi e al mercato del lavoro. Oggi l’Italia è schiava del suo sistema di welfare obsoleto che non è mai stata l’erogazione di servizi di interesse pubblico. L’unico interesse pubblico è sempre stato dare uno stipendio agli elettori, altro che un sistema competitivo e virtuoso di produzione di servizi. Ma è anche schiava di un’imprenditoria legata prevalentemente a schemi d’anteguerra, incapace di innovarsi e chiusa in corporazioni. La politica ha sguazzato e sguazza in tutto ciò da decenni, tutta, compresa quelli dei nuovi che oggi dicono “ecco perché noi invece…”. Ecco perché noi invece nulla. A Livorno sembra che stiamo assistendo alla reiterazione dello stesso schema, a Roma poi…

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Due sono le cose possibili da fare: la prima è arrendersi. Espatriare, adeguarsi, senza pensarci due volte, scordando di avere degli specchi a casa e ignorando quelli che se ne lamentano. Tanto sotto sotto pure loro…  Oppure, coraggiosamente, improntare una battaglia politica votata alla dichiarazione di bancarotta dell’Italia. Bancarotta finanziaria, sociale, civile, imprenditoriale. Bancarotta soprattutto morale. E se qualcuno dice che abbiamo un grande cuore in quanto italiani, “Italiani brava gente” o amenità simili, cominciamo a farci una risata. I singoli casi non contato. Italiani brava gente un corno, non lo sono mai stati.

Antonello Mastino

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