Enrico Mattei e il petrolio iracheno (seconda parte)

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Alla fine degli anni Cinquanta i Paesi esportatori di petrolio erano sempre più consapevoli dell’importanza che il loro petrolio aveva per lo sviluppo e il benessere del mondo occidentale; ciò li portò a considerare con interesse i vantaggi che potevano ottenere dalla loro posizione, soprattutto in funzione di una auspicata revisione degli accordi fra governi e compagnie multinazionali, fino a quel momento stipulati sulla base della formula del 50/50.

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La loro insoddisfazione non poteva essere superata attraverso la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, come aveva dimostrato il fallimento dell’esperienza di Mossadeq in Iran: quella strada era impraticabile a causa dell’impossibilità da parte dei Paesi esportatori di assicurare lo stesso livello di produzione, raffinazione e commercializzazione dei prodotti petroliferi, in caso di nazionalizzazione e di estromissione delle compagnie straniere. L’Iraq, ad esempio, non avrebbe saputo come trasportare e distribuire in Europa i 35 milioni di tonnellate di greggio estratti annualmente dai suoi giacimenti, e nessun governo a Baghdad poteva permettersi di rinunciare ai 270 milioni di dollari incassati ogni anno a titolo di royalties.

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Secondo elemento di insoddisfazione era rappresentato dal basso livello dei prezzi del greggio, fenomeno che alla fine degli anni Cinquanta si era improvvisamente accentuato. Una crisi di sovrapproduzione stava infatti spingendo i prezzi verso il basso, con conseguente riduzione dei profitti e quindi anche delle quote spettanti ai paesi produttori. Un forte incremento delle attività estere delle compagnie indipendenti americane, alla ricerca di nuovi giacimenti, e l’afflusso sui mercati mondiali del petrolio sovietico estratto dai nuovi giacimenti, e l’afflusso sui mercati mondiali del petrolio sovietico estratto dai nuovi giacimenti sul Volga e negli Urali avevano aumentato considerevolmente la quantità di greggio disponibile, con conseguente riduzione del suo valore.

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Non potendo realizzare nazionalizzazioni su vasta scala né sperare di determinare il prezzo della vendita, per i maggiori esportatori di petrolio la sola strada praticabile passava attraverso l’incremento delle quote dei profitti loro spettanti e un diretto controllo sulle quantità prodotte, fino ad allora stabilite esclusivamente dai responsabili delle compagnie. L’episodio che convinse i governanti di alcuni Paesi produttori più importanti a sfidare le compagnie occidentali si verificò nell’estate del 1960: il 9 agosto prima della ripresa del negoziato fra Ipc e governo iracheno, la Standard Oil of New Jersey annunciò la decisione di ridurre del 7 percento il prezzo ufficiale del suo petrolio mediorientale (prezzo sulla base del quale erano calcolati i proventi per i paesi produttori, anche se il prezzo di vendita reale fluttuava su livelli più bassi) e fu subito imitata da altre compagnie.

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La notizia fu accolta con grande indignazione in tutto il mondo arabo: oltre a vedersi decurtate le entrate, i Paesi produttori lamentavano la circostanza che la decisione era stata presa unilateralmente, senza consultazioni preliminari, e andava incontro agli interessi commerciali delle compagnie petrolifere, ma non a quelli dei Paesi esportatori.

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Un mese più tardi su iniziativa del ministro saudita degli Affari Petroliferi Abdullah Tariki e del suo collega venezuelano Juan Pablo Perez Alfonzo, si riunirono a Baghdad i rappresentanti di Arabia Saudita, Kuwait, Iran e Venezuela per dare vita, insieme all’Iraq, alla Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (che sarebbe chiamata Opec, utilizzando l’acronimo inglese); il Qatar, che partecipò al vertice come osservatore, vi aderì subito dopo, mentre Libia e Indonesia entrarono a farne parte negli anni successivi. L’obiettivo della nuova organizzazione, i cui membri detenevano circa l’80 percento delle esportazioni petrolifere mondiali, doveva essere l’unificazione delle politiche petrolifere dei Paesi membri e l’individuazione delle misure più opportune a garantire i loro interessi. Fra queste si citava già il controllo della produzione (che poi sarebbe divenuto il principale strumento in mano all’Opec), pur con l’ammissione della necessità di dover considerare anche i bisogni dei Paesi consumatori.

Luisa Gris

Qui, la prima parte.

Domani, su L’Universale, la terza parte.

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