Noi non siamo come loro

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L’ormai deceduto Vittorio Grevi, docente di procedura penale, il primo giorno di lezione diceva ai suoi studenti che studiare il codice non sarebbe servito a molto se prima non avessero compreso il senso del diritto penale. Il senso, disse, potrete trovarlo in tre libri: “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni; “Osservazioni sulla tortura” di Pietro Verri e “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. “Quando avrete compreso questi libri”, diceva, “aprite il codice”. Questi libri, oltre a raccontarci l’inutilità della tortura e l’ importanza della certezza della pena, ci dicono una cosa importante: ci dicono che il diritto penale e la procedura penale sono argini. Argini alle nostre reazioni istintive, ai nostri mal di pancia. Lo Stato di diritto deve stabilire in maniera uguale, fuori e dentro il carcere, delle regole che valgono per tutti, indipendente dal reato commesso. Lo Stato che mette in circolo violenza per punire chi commette reati genera un popolo violento.

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La Cassazione ha chiesto che il tribunale di Bologna chiarisca le motivazioni per cui Totò Riina debba restare in carcere nonostante le sue condizioni di salute. È legittimo e le motivazioni servono per evitare che i giudici diano sentenze arbitrarie. Il rispetto del principio della certezza della pena impone di creare le condizioni affinché il detenuto in questione possa essere curato in carcere.  Qualora ciò non fosse possibile, e questi non possa ricevere sufficientemente assistenza medica, le cure devono essergli date altrove. Non perché lo merita, non perché ci siamo dimenticati delle morti che ha prodotto, ma perché lo Stato di diritto deve prevalere sui mal di pancia della giustizia sommaria. Sempre. Riina ha ucciso, è un mafioso, un delinquente, e noi siamo gente per bene. Noi non siamo come loro.

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“Noi non siamo come loro” l’ha detto Giovanni Falcone quando si fece in quattro per sottrarre Buscetta dai torturatori in America Latina e creò i testimoni di giustizia. L’ha detto ancora più forte Paolo Borsellino mettendosi le mani in testa davanti al ragazzo massacrato dalla polizia di Stato perché sospettato di avere ucciso un commissario e chiedendo a gran voce un processo. Noi non siamo come loro, gridava per la questura. Noi siamo un’altra cosa. Il modo giusto per ricordare gli eroi è portare avanti la loro idea di giustizia. Non ha senso condividere la foto di Falcone e Borsellino e chiedere che certi signori vengano sciolti nell’acido. La mafia si nutre dei demoni della gente, delle sue fragilità, della sua povertà e della sua sete di vendetta. Tutte le volte che ci riesce si alimenta. Tutte le volte che il popolo invoca i suoi metodi si mette dalla sua parte. La mafia si combatte decidendo di essere persone per bene. Noi non siamo come loro, siamo lo Stato di diritto.

Michela Sitzia

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