Lo farei anche gratis

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Il 12 gennaio del 1994 usciva, su Il Giornale, l’editoriale d’addio di Indro Montanelli: “Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita”. L’aveva fondato nel 1974, a sessantacinque anni, a seguito del nuovo piano editoriale che aveva subìto il Corriere, giornale che lo aveva accolto ventinovenne, nel 1938. Era ancora il vecchio Corriere di Albertini, anche se il fascismo, nel 1925, lo cacciò per mettere il giornale di via Solferino nelle mani dei tre fratelli Crespi. L’ultimo si spense nel 1972 e, in mancanza di eredi maschi, la proprietà passò nella mani di Giulia Maria; la quale, ispirata dal nuovo corso della contestazione sessantottina, tentò di far sventolare la bandiera del tradizionalista e liberale Corriere verso quella direzione, aiutata dal nuovo direttore che soffiava nella stessa direzione di quel vento, Piero Ottone. Montanelli – e con lui Bettiza, Cervi, Corradi, Ricossa, Romeo, Zappulli – in pieno disaccordo con la nuova linea, fondò Il Giornale, nato da una secessione col vecchio Corriere.

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Vent’anni dopo, lasciò Il Giornale per ragioni analoghe; l’incompatibilità con la nuova linea politica che Berlusconi voleva portare al giornale, in vista della sua discesa in campo: “Di questo editore, ne ho conosciuti due. Uno è stato l’amico che mi venne incontro nel momento in cui tutti mi voltavano le spalle; che non si è mai avvalso di questo titolo di credito per limitare la mia indipendenza; che ha sempre mostrato nei miei confronti un rispetto confinante e talvolta sconfinante nella deferenza. Eppoi ne ho conosciuto un altro: quello che, tramutatosi in capopartito ha cercato di ridurre il Giornale ad organo di questo partito suggerendogli non soltanto le posizioni da prendere, ma perfino il linguaggio da usare; e che, a lasciarlo fare, avrebbe finito per impormi anche la divisa del suo partito, il suo look”. Quell’editore sta ancora lì, sulla scena, venti anni dopo, circondato da giornalisti che, sul look da lui imposto, ci hanno costruito delle brillanti carriere: sia pro, che contro di lui.

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Quando nel 1971 Enzo Biagi gli chiese “per te, il giornalismo, che cos’è Indro?” Montanelli rispose: “Non è un mestiere, lo farei anche gratis, mangiando non so cosa ma, davvero, lo farei anche gratis; per me il giornalismo è tutto: è la mia passione, è la mia vita, è la mia dannazione, è il mio passatempo, è tutto”. Montanelli non l’ha fatto gratis; ma, gratuitamente, ha arricchito, indirizzato, invogliato, tutti coloro che nella sua colossale opera ci hanno infilato il naso. Dopo Leo Longanesi, Montanelli è il ricostituente, la vitamina, il talent scout inconsapevole del giornalismo italiano. Roberto Gervaso, nel suo diario, racconta del suo primo incontro con Montanelli: “Ho preso la maturità – scrive Gervaso il 26 luglio del 1956 – mio padre mi chiede cosa voglio come premio. Gli rispondo: andar a Roma e conoscere Indro Montanelli”. 27 luglio: “Non conosco l’indirizzo di Montanelli. L’unica possibilità che ho è di mettermi in contatto con lui è di scrivergli presso la redazione romana del Corriere. Non perdo tempo, gli mando una lunga lettera firmata Giuseppe, il mio primo nome, e gli dico che sono venuto a Roma per incontrarlo”. 29 luglio: “Oggi, in casa delle zie, all’ora di pranzo, squilla il telefono. Va a rispondere zia Gegè, che chiama il nonno: “Papà, è per te: un certo Montarelli, Mortarelli, Mortadelli”. Mio nonno va all’apparecchio e non afferra, sono anni che non scrive e non imbuca lettere. Ma l’equivoco si chiarisce subito. Afferro la cornetta e, all’altro capo del filo, una voce baritonale: “Ho letto la tua lettera. Ti aspetto domani a colazione. All’una e mezza va bene?””.

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L’influenza di Montanelli non è stata decisiva solo per questi ragazzi, i quali prendeva giovani tra le sue generose e lunghe braccia, per poi vederli andare via già grandi, uomini, talmente cresciuti e nutriti dalla sua instancabile parlantina, dai suoi racconti, dai suoi consigli, da non riuscire quasi ad abbracciarli più nel momento dell’addio, nel momento in cui dovettero camminare da soli, con le proprie gambe; lo è stata anche per quei lettori che ne hanno apprezzato l’amore per la Storia, per il passato di questo Paese, per i difetti endemici che l’Italia e gli italiani si portano dietro, da generazioni, e che non si riescono a risolvere poiché l’italiano non se ne ravvede: Montanelli, descrivendo il nostro Paese, ha fatto quello che per la cultura e la sociologia ha fatto Montesquieu con “Lo spirito delle leggi”. La sua teoria insegnava che il difetto principe dell’italiano è quello di non interessarsi dei propri difetti. Per questo scrisse “La storia d’Italia”, tutt’oggi ancora venduta con grande tiratura, e che dava a Montanelli “il gusto di queste edizioni piccole, popolari, che sono rivolte ad un pubblico vasto; perché, se la cultura non arriva a questi strati, a questa gente particolarmente bisognosa di cultura, è una cultura fallita”. È stato l’ultimo residuo di quel modo di fare giornalismo che si rivolgeva ai lettori per migliorarne la qualità, la cultura, e non di captare i loro gusti per vendergli ciò che già sanno e che vogliono sentirsi dire.

Stefano Poma

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