Sardegna 1951

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Caro direttore,

lei vuole sapere qualcosa della Sardegna: cercherò di accontentarla. Anche in Sardegna la nuova democrazia ha sentito il bisogno di costruirsi dei miti e, senza eccessiva originalità, se ne è costruiti due: quello del turismo e quello della Cassa per il Mezzogiorno. Prima c’era un altro mito, quello dell’autonomia, ma da quando è stato istituito il Consiglio regionale nessuno ci crede più. per il turismo si fanno molti discorsi, più o meno inconcludenti: due tesi sono in contrasto: secondo alcuni bisogna aspettare che vengano i turisti, e poi metter su la necessaria organizzazione, secondo altri bisogna prima organizzarsi e poi adescare i turisti, magari facendoseli prestare da altre regioni che ne hanno in sovrabbondanza.

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Per la Cassa del Mezzogiorno si fanno molti progetti, e benché ci sia in giro un certo scetticismo sembra che qualcosa cominci ad arrivare. Ogni tanto qualche giornalista e qualche cinematografaro continentali vengono a scoprire la Sardegna, ci stanno qualche giorno fra la generale indifferenza, poi se ne vanno e tutto rimane come prima. In compenso, non c’è malaria, sono state realizzate opere di qualche rilievo, altre sono in via di realizzazione, e per eliminare la disoccupazione, abbastanza sensibile, si ha molta fede nel “ripopolamento”, non tanto perché da noi non ci sia gente capace di organizzare il lavoro e la produzione (benché anche questo almeno in parte sia vero), quanto perché con la nuova gente si spera di vedere arrivare, oltre ai miliardi che il governo (sempre lui) dovrebbe erogare, anche un soffio rinnovatore delle vecchie consuetudini e della vecchia mentalità.

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In Sardegna è mancata, quasi dovunque, l’evoluzione borghese, e dove c’è stata si è cristallizzata su posizioni  accanitamente conservatrici: ad Ozieri, per esempio, la zone classica dei “proprietari di vacche”, la voce dei tempi nuovi la fanno sentire solo i tori svizzeri selezionati. Arborea (ex-Mussolinia) e poche altre zone agricole più evolute non fanno regola. Tra i grossi proprietari ed i braccianti manca una classe intermedia, ché la mezzadria è poco diffusa ed i piccoli proprietari devono adattarsi anche a lavorare per altri, perché molto spesso non hanno né capitali né l’acqua necessari alla coltivazione intensiva dei loro poderi, di uno o due ettari al massimo.

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I pastori sono sfruttati come sempre dai proprietari dei caseifici, che pagano il latte a fine anno e secondo un prezzo medio di mercato che loro stessi fanno, e per giustificarsi dicono che ormai gli americani il pecorino se lo fanno da sé e non hanno più bisogno del formaggio sardo. Nel bacino minerario potrebbe succedere qualcosa di nuovo: passata la paura dei comunisti, può darsi che il governo si decida a rimettere a posto l’Azienda carbonifera sarda, che gli appartiene, e le dia la possibilità di produrre a prezzi convenienti. Una delle più attese “provvidenze” è la costruzione di una centrale termica che metta l’Azienda in condizione di prodursi l’energia necessaria, senza doverla acquistare dalla Società elettrica sarda, e di utilizzare le scorie del carbone, ciò che determinerebbe un ribasso dei prezzi ed un più facile smercio della produzione.

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Non manca viceversa chi pensa che Carbonia (anche questa un’invenzione del “bieco ventennio”) deve essere smobilitata, ma bisognerebbe allora trovare qualcosa da fare per le migliaia di operai e di tecnici affluiti sul posto da ogni parte d’Italia, e che ormai è troppo tardi per rimandare a casa. d’altra parte, Carbonia è l’unico centro carbonifero che sia rimasto all’Italia dopo la perdita dell’Arsa, e coi tempi che attraversiamo è prudente tenerla in piedi: anche se il carbone del Sulcis non è di primissima qualità, negli ultimi anni della passata guerra tutti i paesi del bacino del Mediterraneo ne consumavano. Ci sarebbe qualcosa da dire anche su una fabbrica d’azotati che potrebbe aiutare a tirare avanti e che la Montecatini sembra non voglia si costruisca e che probabilmente non sarà mai costruita, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe molto lontano, come quello del resto sul monopolio dell’energia elettrica, che la regione cerca di rompere istituendo un ente. La trovata non è molto originale, ma è la moda, e non ci resta che stare a vedere.

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La politica in Sardegna non fa vittime: non mancano, sui quotidiani locali, le polemiche e le discussioni, ma poi tutti si trovano d’accordo nello sperare che le “notevoli risorse” dell’isola vengano sfruttate: le sinistre, costrette a dir male del governo, devono fare sogni a più lunga scadenza, e cercano conforto nell’inventare notizie su visite di misteriosi “ufficiali alleati” alle basi militari ed agli aeroporti; tutto in funzione della guerra, che i cagliaritani temono non tanto per il ricordo dei bombardamenti, quanto per il ricordo delle peripezie vissute durante lo sfollamento nei paesi dell’interno. L’ultimo bandito, Liandru, è stato catturato qualche tempo fa, ma ha deluso: non aveva nulla di romantico.

Lettera di Lorenzo Del Piano a Leo Longanesi,

pubblicata su «Il Borghese» del 1 Agosto 1951, n.15

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