La strage di Bologna

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Trentasette anni fa l’estate italiana fu sconvolta da una bomba, dall’ennesima bomba che ferì a morte il nostro Paese. In quella circostanza morirono 85 persone e ben 207 rimasero ferite (alcune delle quali con invalidità permanenti) a causa di venti chili di esplosivo militare Coupound B piazzati nella sala d’attesa di seconda categoria della stazione Centrale di Bologna da Giuseppe Valerio “Giusva” Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Il 2 agosto 1980 fu colpita una città simbolo della Resistenza che incarnava il progresso sociale e politico, e in quel preciso periodo storico ebbe il duplice significato di rappresentare la fine delle cosiddette “zone franche” libere dal terrorismo e di dimostrare che in Italia tutto sarebbe potuto accadere, chiunque sarebbe potuto essere colpito e che i diversi apparati dello Stato erano coinvolti negli eventi più bui della storia repubblicana.

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Le indagini portarono alla condanna definitiva per i militanti neofascisti dei NAR Fioravanti e Mambro all’ergastolo e Ciavardini a trent’anni di reclusione. Oltre ai tre esecutori, sono state inflitte anche diverse condanne che portano alla luce i tratti più oscuri dell’attentato, infatti, le sentenze definitive del 23 novembre 1995 e del 9 giugno 2000 provano che dei depistaggi ci furono eccome e ad essere condannati furono Licio Gelli (Venerabile Maestro della loggia Propaganda2), Francesco Pazienza (ex agente del SISMI e capo, dal 1980, del SuperSISMI), Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte (ufficiali del servizio segreto militare), Massimo Carminati (estremista di destra), Federigo Mannucci Benincasa (ex direttore del SISMI di Firenze) e Ivano Bongiovanni (delinquente comune legato alla destra extraparlamentare).

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Dalle sentenze risulta il ruolo effettivo svolto dalle parti in gioco, dall’estrema destra nel progettare ed eseguire la brutale strage, dalla delinquenza comune (è noto il coinvolgimento della Banda della Magliana nel corso dei depistaggi) e pure da alcuni figure appartenenti ad organi statali che si mossero in prima persona per portare a compimento l’attentato e perché gli eventuali mandanti non fossero scoperti, ancora oggi avvolti nel mistero.

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Come già undici anni prima, in occasione della bomba esplosa in Piazza Fontana, nonostante fosse da subito chiara la pista terroristica si cercò di sviare le indagini investigando sull’esplosione accidentale di una caldaia. Tale pista fu suggerita dallo stesso Gelli che, anche nel 2010, parlò di un mozzicone di sigaretta lanciato che provocò un surriscaldamento e quindi l’esplosione. Quando tale teoria si confermò impossibile si cercò di spostare lo sguardo all’estero, tralasciando di investigare all’interno dell’estrema destra italiana. Fu sempre Gelli a suggerire la strada internazionale quando, dopo l’arresto di Mambro e Fioravanti, incontrò Elio Cioppa (alto funzionario del SISMI) e gli comunicò che la direzione investigativa intrapresa dalla procura era errata. A lasciare un dubbio sulla trama neofascista nella strage sono soprattutto le dichiarazioni dei tre ex terroristi che a distanza di anni continuano a professarsi innocenti. In particolare le parole di Fioravanti lasciano molti dubbi: “A noi è andata di lusso. L’ho sempre detto e ringrazio i bolognesi perché hanno esagerato talmente tanto che alla fine veniamo chiamati a rendere conto solo di una cosa che non abbiamo fatto (la strage) e non di quelle che abbiamo commesso veramente (i numerosi omicidi commessi dai Nar), quindi veniamo perdonati per le cose che abbiamo fatto davvero perché nessuno in fondo ci pensa e discutiamo invece all’infinito di un’altra cosa, è un paradosso”.

Andrea Tagliaferri

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