Il Capodanno di Giovannino nel lager tedesco

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La sera dell’8 settembre 1943, alle ore 19:45 gli italiani, stanchi e sfiduciati dopo tre anni di sconfitte e privazioni causate da una inutile guerra, si riunirono attorno alle radio, con l’aria incerta di chi si preparava a subire l’emozione dei grandi eventi. Lo speaker Giovanni Battista Arista, preceduto da marce militari e canzonette allegre, presentò il maresciallo Pietro Badoglio: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower. La richiesta è stata accolta”. L’armistizio con gli angloamericani illuse gli italiani, annunciava la tanto aspettata libertà e riuscì a sedurli col nuovo mito della lontana Hollywood. Ma da nord, dalla fredda e oscura Germania, arrivava un terribile messaggio: “Per quanto riguarda l’Italia, le norme emanate le preparano una sorte che dovrà essere di terribile lezione per tutti”, annunciò Adolf Hitler per radio, schiumoso di rabbia contro i traditori italiani. I carri armati della Wermacht penetravano in Italia, mentre il re e il suo governo scappavano verso Brindisi a bordo della corvetta Baionetta.

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Nelle caserme regie le giornate passavano uguali, noiose, e tutti aspettavano degli ordini che non arrivavano mai. Tra la calma generale, la sera dell’8 settembre, il tenente Giovanni Guareschi si trovava nel cortile della caserma di Alessandria. Passava in rivista il picchetto ai suoi ordini, quando improvvisamente, dalle stanze delle prigioni, cominciarono a sollevarsi delle incessanti grida, un tumulto che univa il forte rumore al caos. Erano i prigionieri che, isolati all’interno delle celle, avevano saputo per primi dell’armistizio. Tutti, in un continuo trafficare, cercavano di reperire delle informazioni. Chi al Comando di presidio, chi al Municipio, chi cercando di contattare direttamente Roma per scoprire che le comunicazioni erano già state tagliate. Verso mezzanotte, i soldati tornarono in caserma, cupi. I loro sguardi si incrociavano smarriti, incerti, preoccupati di non conoscere le forme di un destino che sarebbe stato comunque tragico. In città non avevano visto nemmeno un tedesco, ma sapevano che i paesi attorno ad Alessandria ne ospitavano parecchi. Il colonnello comandante, con voce fredda e sicura, abituato da un decennio di marce militari e di salti nei cerchi infuocati, sembrava non temere le SS di Himmler: “La situazione è delicata. Elementi sovversivi sono annidati nei reparti, pronti ad approfittare dei momenti di emergenza per seminare disordine. Occhio alle pecore segnate. Per questo scopo ho voluto che si organizzassero gare di corsa, di atletica e di canto fra le batterie. Se occorre le intensificheremo!”.

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I tedeschi, dapprincipio, parevano muti, silenti, invisibili; qualcuno arrivò perfino a sostenere che le armate germaniche erano in fuga, in veloce ritirata verso nord. Poi, nella preoccupata gendarmeria del tenente Guareschi, cominciarono ad arrivare le prime tragiche notizie: alcuni soldati italiani erano stati disarmati, le sentinelle appostate sui ponti erano state uccise, i magazzini e i depositi di munizioni saccheggiati. Un reparto di artiglieria semovente tedesco si era piazzato minaccioso nella piazzetta davanti alla caserma. Gli alessandrini, curiosi, assistevano allo spettacolo affacciati ai loro balconi. I cannoni tedeschi iniziarono a sparare. Quando questi finalmente tacquero, gli italiani risposero con alcuni colpi di fucile che superavano a fatica il portone posto a difesa della caserma. Alle 11:05 arrivò l’ordine di deporre le inutili armi e a mezzogiorno i tedeschi entrarono nell’edificio, circondando e catturando gli ufficiali del re. Durante la notte, molti italiani riuscirono a scappare vestiti da prete.

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L’indomani mattina, all’alba, i prigionieri erano schierati nel cortile, dando le spalle a un alto muro ricoperto da un folto gelsomino da cui spuntavano dei piccoli fiorellini bianchi. Davanti a loro, impassibili, dei giovani soldati tedeschi li osservavano, puntandogli contro i loro pesanti mitra. Il maggiore delle SS, prima di ordinare il fuoco, chiese ai poveri e impauriti italiani se intendevano collaborare con l’esercito germanico. “Noi siamo ufficiali italiani e possiamo collaborare solo con l’esercito italiano”, rispose un militare di bassa statura, magro, mentre con la mano si tirava su dei grandi occhiali tondi, a palla. “L’esercito italiano è sciolto”, comunicò il tedesco. “Non è vero!” risposero gli italiani. Allora il maggiore, irritato, si avvicinò al militare di bassa statura e con un violento schiaffo gli fece cadere i grossi occhiali a palla, i quali rotolarono fino a una siepe di rosmarino bruciata dal sole. “Disarmateli”, ordinò, mentre agitava il suo elegante berretto con il simbolo delle teste di morto. Il maresciallo gli fece notare che gli italiani erano già stati disarmati il giorno prima: “Disarmateli ancora!”, gridò prima di allontanarsi. Alle cinque, due grandi autocarri trasferirono gli italiani nella fortezza di Cittadella di Alessandria. Per Giovannino, iniziava la prigionia nei lager tedeschi.

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“Tristezza nel camerone del Circolo” scriverà Guareschi nel suo diario: “il puzzo e la malinconia, e il dover dormire sulle tavole. Si sente odore di disfatta. I tedeschi continuano a passare attraverso il camerone battendo con i tacchi di ferro. Partono duecento soldati. Le fosse di Katyn sono l’argomento del giorno”. I vecchi alleati tedeschi, col passare dei giorni, mostreranno il loro vero volto, plasmato da anni di propaganda nazista: “Le sentinelle sparano su chi tenta di scappare. Così tre infelici soldati sono stati uccisi l’altra notte; e i loro corpi già da due giorni giacciono abbandonati sull’erba, ai piedi della muraglia. Lo sanno tutti, li hanno visti tutti, ma quando un nostro ufficiale fa presente al comandante tedesco l’opportunità di dare sepoltura ai cadaveri, il comandante tedesco risponde sorridendo che i tedeschi non hanno ucciso nessuno, e che si tratta di carogne di cavalli”. “Si parla di una fucilazione quotidiana”, scrisse Guareschi il 13 settembre, ormai da giorni nelle mani dei tedeschi: “Fucilati dai tedeschi, dagli inglesi e dagli italiani. Fucilati da tutti. Siamo riusciti a cucinare qualcosa, ma non abbiamo il tempo di metterci a tavola. Bagagli in spalla (chi ne ha) e adunata nel cortile. Il tenente tedesco fa circolare un fogliettino scritto in italiano e in tedesco: «Giuro di dare tutto il mio sangue per la grandezza del Reich germanico e per il trionfo della nuova Europa». Si trattava semplicemente di firmare. Chi non firma fra dieci minuti parte, i due autocarri sono lì pronti, coi motori accesi”.

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Giovannino non firmò, e caricato su uno dei due camion tedeschi fu condotto nel campo di concentramento di Sandbostel: “Tredici chilometri a piedi coi bagagli sulle spalle, quindi il lager di Sandbostel. Quaranta o cinquanta prigionieri di ogni Paese vivono in quelle schifose baracche, divisi per nazionalità. Sembra un immenso lazzaretto, una città di appestati”. Successivamente, venne internato nei lager di Czestokowa e Beniaminowo, in Polonia, e quando il risultato del conflitto era chiaro nuovamente a Sandbostel, dove passerà l’ultimo Capodanno di guerra, quello del ’44: “31 Dicembre. Anche quest’anno è finito, un anno maledetto. Ne comincia un altro che sarà forse peggio. Non ho più speranze che la guerra finisca. Sono stanco di dover pensare ogni mattina come farò a fumare, se avrò cibo a sufficienza. Ho buttato perso tutto. La Divina Provvidenza tuteli me e le mie cose, se vuole. Vedrò la mia bambina a due anni? Vedo le mie ossa e mi sento più vicino alla morte che alla vita. Che grano mondo. Fine di questo porco anno. Bilancio d’apertura: pacchi, niente da cinque mesi, posta, niente da quattro mesi, sigarette, niente, viveri, niente, salute, deperito, cameretta, pessima, riscaldamento, niente”.

Stefano Poma

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