«Bomb First!» Trump e la super-bomba

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Il 13 aprile 2017 è una data che nel mondo militare a livello internazionale, sarà ricordata con attenzione. L’Aviazione degli Stati Uniti d’America ha infatti impiegato per la prima volta in un teatro operativo – precisamente nella provincia di Nangarhar in Afghanistan al confine col Pakistan – la bomba a caduta libera GBU-43/b “MOAB”, acronimo che sta per  Massive Ordnance Air Blast, trasliterato anche come Mother Of All Bombs, essendo l’ordigno convenzionale più potente nell’arsenale statunitense. Prima di analizzarne alcuni aspetti tecnici di questa bomba dalla potenza seconda solo ai dispositivi nucleari, è opportuno comprendere il momento in cui questa è adoperata. Ufficialmente, il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer, ha dichiarato che l’arma è stata impiegata per distruggere «tunnel e grotte usate dai miliziani dell’Isis», presenti nella regione. Di recente la zona aveva registrato l’attività di alcuni gruppi terroristici legati allo Stato Islamico, al quale è stata imputata anche l’uccisione l’8 aprile di un operatore delle forze speciali americane.

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Volendo inserire tale avvenimento all’interno di un quadro geopolitico più ampio, l’uso di questo ordigno dal costo unitario di 16 milioni di dollari si inserisce all’indomani del raid missilistico americano contro il regime di Assad in Siria, in un momento di tensione con Mosca e con il regime della Corea del Nord, verso le cui coste sta facendo rotta la squadra da battaglia guidato dalla portaerei Carl Vinson. Pertanto, l’autorizzazione all’uso della MOAB, pare inscriversi in quel cambio di rotta, probabilmente il primo ma certamente non l’ultimo, attuato in queste settimane dal presidente Trump verso una declinazione interventista e militarista del concetto di America First, che si manifesta attraverso una politica estera più ruvida e assertiva nei confronti di paesi quali la Russia, la Corea del Nord e la Siria, percepiti a Washington quali minacce alla sicurezza mondiale. Se già ci si trovi di fronte ad una sorta di Trump 2.0 per quanto attiene l’azione estera statunitense è forse presto da dirsi.

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Pare essere più verosimile la spiegazione che imputa questa inversione dell’imprevedibile timoniere Trump, alle difficoltà che il neo presidente sta incontrando negli affari interni, con il susseguirsi di scandali e dimissioni all’interno del suo staff e coni primi decreti osteggiati o in parte bocciati dagli altri organi federali – si pensi al Muslim – Ban e delle resistenze nello smantellare l’Obamacare. In questo scenario, il carattere istrionico del candidato Trump pare lasciare spazio a una linea più tradizionale di un presidente vessato da difficoltà interne, che cerca di trovare nei dossier esteri, quei crediti politici che non incontra nella politica domestica. In questa scelta, appaiono non trascurabili le pressioni provenienti dalle agenzie governative e dal settore militare, che paiono voler riportare entro steccati ben noti e già eretti, l’istrionico atteggiamento del Trump osservato durante la campagna elettorale. Aderente a tale lettura, che volge verso il rafforzamento dell’immagine di un’America che non accetta un ridimensionamento della propria postura nazionale, e che di riflesso può far apparire il suo stesso presidente più risoluto a livello nazionale, si colloca l’utilizzo anche di un’arma sino ad ora rimasta nei depositi dell’US Air Force.

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La MOAB è un ordigno con una lunghezza di oltre dieci metri, largo uno e pesante undici tonnellate. Si configura quale bomba guidata a caduta libera che, dato il suo peso, viene trasportata e sganciata da velivoli quali l’MC-130 Tallion o dagli Hercules C-130. L’arma non è una bunker buster – cioè una bomba a penetrazione progettata per colpire installazioni militari sotterranee rinforzate – ma è una “demolition bomb”, ossia progettata per esplodere ad una certa altezza prima di impattare al suolo, così da generare una potente onda d’urto in grado di distruggere le principali strutture in superficie e quelle sotterranee leggermente schermate quali tunnel e grotte. Il raggio d’azione massimo è di 300 metri, con un epicentro individuato in 150 metri nel quale si sprigiona una altissima temperatura. Progetta tra il 2002 e il 2003 dall’Air Force Research Laboratory e prodotta dalla McAlester Army Ammunition Plant, la GBU-43/b  è stata sviluppata partendo dall’esperienza della BLU-82 Daisy Cutter (“Taglia margherite”), un ordigno impiegato durante la guerra del Vietnam e nella Prima Guerra del Golfo (1990-91).

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Della BLU-82, la MOAB ne condivide le procedure d’impiego (entrambe vengono rilasciate ad alta quota in caduta libera da un velivolo modificato appositamente) e il tremendo effetto psicologico: quello di seminare il panico tra il nemico, allora tra i vietcong ed i soldati di Saddam Hussein, oggi tra i miliziani dell’IS. È noto che  la Daisy Cutter venne impiegata in Vietnam data la sua capacità di radere desfoliare una superficie di suolo pari a 1500 metri quadri, abbattendo eventuali strutture sotterranee presenti. Tuttavia, mentre la BLU-82 impiega quale esplosivo una miscela liquida chiamata GSX (composta da nitrato d’ammonio, idrogeno, ossigeno e alluminio), la GBU-43/b contiene otto tonnellate e mezzo di H6, una tipologia di esplosivo che si ottiene da composti quali la RDX, la TNT e l’alluminio.

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Infine, appare necessaria un’ulteriore considerazione geopolitica, in merito alle possibili reazioni da parte di Corea del Nord e Russia, non troppo difficilmente etichettabili quali destinatari del messaggio rappresentato da questo gesto. Alcuni analisti guardano con ansia alle celebrazioni per il Day of the Sun in Corea del Nord, che si terrà per il 105esimo anniversario della nascita del padre della patria Kim Il Sung, nonno dell’attuale presidente nordcoreano Kim Jong Un. Si teme un gesto eclatante in risposta alle pressioni statunitensi in merito al dossier nucleare di Pyongyang, che possa concretizzarsi mediante un test missile balistico. Una mossa questa, già attuata più volte e di recente da parte del regime nordcoreano in coincidenza di celebrazioni nazionali. È altrettanto opportuno capire se Mosca si sentirà tenuta a rispondere. È opportuno ricordare che l’esercito russo dispone a sua volta di un ordigno paragonabile, e cioè la «Aviation Thermobaric Bomb of Increased Power» (ATBIP)Авиационная вакуумная бомба повышенной мощности АВБПМ nella denominazione ufficiale russa – sopranominata Father Of All  Bombs (FOAB). Sviluppata nel 2007, sino ad ora mai impiegata, è stimata di una potenza circa quattro volte superiore alla MOAB americana, e da questo ne ricava il poco tranquillizzante appellativo di FOAB.

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Oltre al mero riscontro tecnico e militare della vicenda, quello che rileva è che l’impiego della MOAB è esplicativo del clima di tensione crescente a livello internazionale nei principali scenari di crisi del pianeta. Se tale tensione sia solo prodromica a una successiva fase di de-escalation e nella quale avranno luogo dei negoziati in riferimento ad esempio alla Siria e alla pluridecennale questione della nuclearizzazione della penisola coreana non è dato sapersi. Sarebbe però opportuno diffidare di queste prove di forza militare, che contribuiscono ad aumentare il rischio d’incidenti a livello internazionale, e che rendono ancora più arduo realizzare un dialogo tra le parti.

Gian Lorenzo Zichi

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