La strage del rapido 904

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A cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, Bologna è stata al centro di una seria di sanguinosissimi attentati: il 4 agosto 1974 una bomba, collocata su un vagone del treno Italicus, esplose appena fuori della Grande Galleria dell’Appenino uccidendo 12 persone; sei anni dopo, il 2 agosto 1980, esplose la bomba nella sala d’aspetto della stazione provocando la morte di ben 85 persone; il 23 dicembre 1984 una bomba collocata sulla nona carrozza del rapido 904 Napoli-Milano esplose all’interno della Grande Galleria dell’Appennino provocando 16 morti e quasi 300 feriti. Quest’ultima è conosciuta anche come “la strage del treno di Natale”, e fu progettata in modo da causare il maggior numero di vittime possibili facendo deflagrare la bomba proprio all’interno della galleria all’altezza di San Benendetto Val di Sambro. Le particolarità di quella bomba sono principalmente due, innanzitutto è la prima nella storia italiana  ad essere azionata a distante tramite  un telecomando; in secondo luogo è l’unica riconducibile alla strategia della tensione di cui sono stati condannati i mandanti, ma ancora oggi ne sono sconosciuti gli esecutori né sono del tutto chiari i moventi che portarono a compierla.

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Le indagini, a differenza di tanti altri attentati terroristici avvenuti in Italia, cominciarono subito e già tre mesi dopo (siamo a fine marzo del 1985), a Roma, furono ritrovate due valigette contenti radiocomandi a lungo raggio in un appartamento del quartiere Prati appartenente al cassiere di Cosa Nostra Guido Cercola, luogotenente di Pippo Calò (boss della famiglia di Porta Nuova a Palermo). Le successive indagini portarono poi al tedesco Friedrich Schaudinn che, secondo le dichiarazioni dello stesso Cercola, avrebbe costruito il sistema di radiocomandi per un impianto antifurto, sistema poi dimostrato assolutamente compatibile con quello utilizzato per compiere l’attentato dinamitardo dell’84. L’11 maggio dello stesso anno, in un casale di Poggio San Lorenzo (Rieti), furono in fine rinvenuti alcuni detonatori, sei chili di tritolo e due panetti di esplosivo Semtex parzialmente utilizzati, ovviamente il tutto compatibile con il materiale usato per la strage di Natale. Contemporaneamente a queste scoperte, però, si cominciò a indagare anche sulla pista napoletana grazie alle dichiarazioni di Carmine Esposito, ex poliziotto, attivista di Avanguardia Nazionale con precedenti penali e frequentatore, nel Rione Sanità, di una gang di rapinatori, camorristi, mafiosi e criminali veneti, guidata da Giuseppe Misso. Grazie alla testimonianza dell’ex poliziotto, il 7 luglio, una retata decimò i componenti della gang in questione e due arrestati, Mario Ferraiuolo e Lucio Luongo, fecero dichiarazioni riguardante anche la bomba esplosa sul rapido 904.

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I due affermarono che i proventi raccolti attraverso diverse rapine andarono a finanziare attività politiche e che, addirittura, poche settimane prima dell’attentato si svolse una riunione cui partecipò il deputato MSI Massimo Abbatangelo. Quest’ultimo avrebbe anche consegnato a Luongo la valigia contente esplosivo, poi rinvenuto sulla scena del fallito attentato all’Addaura (1989) e di quello riuscito in via D’Amelio (1992). Le confessioni dei due, infine, portano ad individuare nel diciassettenne Carmine Lombardi, protetto di Misso, l’esecutore dell’attentato indicato come colui che avrebbe trasportato la valigia esplosiva sul treno diretto a Milano. Pochi giorni dopo Lombardi venne brutalmente ucciso e ciò impedì di poter confermare le affermazioni dei due. La tempestività con cui si svolse l’inchiesta fu fondamentale a evidenziare il forte legame tra Cosa Nostra, Camorra, Banda della Magliana (l’anello di congiunzione tra le due precedenti organizzazioni) e l’estrema destra eversiva che, secondo il pm Pier Luigi Vigna, nacque in seguito alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta rilasciate a Giovanni Falcone: il senso della bomba sul Rapido 904, che ricordava quella dell’Italicus di dieci anni prima, era proprio quello di riuscire a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle rivelazioni del pentito spostandola su una nuova emergenza terrorismo.

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La Commissione parlamentare Stragi, nel 1994 (10 anni dopo la strage), evidenziò un chiaro contesto in cui maturarono le azioni riconducibili alla strategia della tensione, senza però riuscire ad individuarne tutte le responsabilità, avvertendo dunque che restano non chiariti i contesti e i più ampi disegni cui le stragi sono state funzionali. Tali conclusioni fornivano una precisa accusa nei confronti dei servizi, del Sismi e del Sisde che, per distrazione o per assenza, non erano riusciti a cogliere e segnalare le attività di tipo terroristico sottolineando, allo stesso tempo, che in Italia si svolse un’opera sistematica di disinformazione della “falange armata” che ha potuto avvalersi di un supporto informativo e logistico non disponibile sul semplice mercato criminale. Le colpe gravi di chi doveva vegliare sulla sicurezza dei cittadini, dunque, hanno fatto sì che obiettivi civili fossero attaccati quasi indisturbatamente facendo calare sul Paese un regime di terrore durato diversi decenni e di cui ancora oggi non si conosce quasi nulla.

Andrea Tagliaferri

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