La legge sul divorzio

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Quarantasette anni fa, il primo dicembre 1970, il parlamento approvava la legge Fortuna-Baslini, la legge sul divorzio. La discussione di tale provvedimento legislativo si fece accesa già un secolo prima, ai tempi dell’unità d’Italia. Il Vaticano si mosse massicciamente e il portabandiera degli antidivorzisti era il papa Paolo VI. L’argomento scaldava il clima politico e al fianco del papa si schierarono la DC e il MSI. Ma, nella notte tra il trentuno e il primo, dopo diciotto ore di discussioni parlamentari, la legge 898 venne approvata.

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Trecentodiciannove voti favorevoli, tra i quali quelli dei socialisti, dei comunisti, dei repubblicani e dei liberali, e duecentottantasei voti contrari di missini e democristiani. L’intestazione era “disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. Da quel giorno, si poté divorziare quando uno dei coniugi fosse stato condannato all’ergastolo o ad una pena superiore ai quindici anni; per incesto, per delitti sessuali in ambito familiare, per incitamento alla prostituzione nei confronti della moglie o della prole e per maltrattamenti. Il referendum del maggio ’74 confermò la legge sul divorzio, con il No alla sua abrogazione che raggiunse quasi il 60 percento.

Il ragioniere di Bologna

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