Il mio Leo Longanesi: intervista a Pietrangelo Buttafuoco

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“Noi non siamo né artisti, né critici, né letterati: noi abbiamo solo dei rancori, delle antipatie, delle convinzioni, degli umori e cerchiamo di esprimerli come meglio ci è concesso”. Con queste parole, nel 1931, il ventiseienne Leo Longanesi, sulle pagine de «L’italiano», manifestava la propria idea di giornalismo. Quello stile che, in pieno regime fascista, gli consentì con le armi dell’arguzia e della satira di aggirare la retorica che il Minculpop imponeva alla stampa. Dopo «L’italiano», Longanesi fondò nel 1937 il settimanale «Omnibus», il primo rotocalco moderno e, nell’inverno del 1946, davanti a un caminetto di una casa diroccata dai bombardamenti, in via Borghetto 5 a Milano, la casa editrice Longanesi & C. A più settant’anni di distanza la Longanesi ha ricordato il suo fondatore, con un libro curato dallo scrittore Pietrangelo Buttafuoco: “Il mio Longanesi” (pagg. 256, euro 18,60).

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Pietrangelo Buttafuoco, chi fu Leo Longanesi? Un’artista, da un lato. Un organizzatore del lavoro editoriale dall’altro. E fu il forcipe della modernità. Fu lui, più di Filippo Tommaso Marinetti, a condurre l’Italia alla modernità. Radicato nell’Ottocento, si adoperò col giornalismo per fornire agli italiani la sintesi e la velocità di pensiero per farli sentire contemporanei al proprio tempo. Fu l’esecutore di un’opera totale fatta di disegni, motti, scampoli, romanzi, libri, cataloghi e stagioni che dall’epopea del Risorgimento, attraversando il Fascismo, arriva all’Italia degli anni ’50 per consegnarci il grande racconto della commedia italiana. Lui, da Bagnacavallo, in Romagna, completa con Carlo Goldoni e Gioacchino Rossini il canone di decifrazione della speciale natura dell’italiano.

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Cosa ha lasciato alla generazione che ha allevato in modo diretto quando dirigeva L’italiano, Omnibus, la Longanesi & C.? Ai vari Montanelli, Moravia, Pannunzio, Benedetti, Soldati, Flaiano? Grossolanamente potremmo dire due scuole di giornalismo. Quello di sinistra che da L’Espresso, gemmato da Omnibus, arriva a La Repubblica. E quello di destra con Indro Montanelli per arrivare oggi più al Fatto Quotidiano. Marco Travaglio, infatti, è il vero erede di Montanelli e lo stesso Fatto somiglia più all’Assalto di Longanesi e Maccari che ai fogli gruppettari.

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Cosa ha lasciato, invece, alle generazioni successive, a quelle che di Leo Longanesi hanno potuto soltanto sentirne parlare? Intanto quest’antologia. Chi non l’ha mai letto si perderà in una magnifica avventura di disobbedienza, libertà e stile. E, soprattutto, potrà riconoscere le tracce altrimenti inaspettate. Il cinema, innanzitutto. Leo Longanesi non è l’inventore di calembour, un battutista, una sorta di Ennio Flaiano più chic. Lascia in eredità un pozzo inesauribile.

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Longanesi è stato il più grande talent scout del Novecento. Montanelli scrisse: “Ha trascorso la sua vita a scialacquare tutto il suo patrimonio d’ingegno e ad arricchire gli altri, gratis”. È stato l’ultimo grande maestro del giornalismo italiano? È proprio come lo descrive Montanelli. Ma non si considerò mai un maestro, piuttosto un agitatore, un suscitatore di idee, un artista – ripeto – catturato dal demone a cui piegava tutta la tecnica a sua disposizione: è stato il più vigile dei sensori per decifrare la profonda identità italiana.

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Quando coniò il motto “Mussolini ha sempre ragione” intendeva esprimere un paradosso, una considerazione che avrebbe dovuto essere interpretata nel suo contrario. Gli italiani non se ne accorsero o fecero finta di non accorgersene? Coniò il vestito più acconcio agli italiani di sempre. Faccia un esperimento, si metta nei paraggi del Giglio Magico e si adoperi in una sostituzione. Vedrà. Calzerà perfettamente: Renzi ha sempre ragione.

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Longanesi morì a soli cinquantadue anni. Cosa ci siamo persi? Ci siamo persi un regista. Meglio: sarebbe stato “il” regista per eccellenza. La sua vocazione, neppure troppo segreta, era l’immagine. Il romanzo costruito per tramite di scene e riprese dal vero più che dal vivo. Aveva in animo di partire per Hollywood proprio per imparare la tecnica. Lui cercava di capire questo strano mestiere che negli esiti della cinematografai nazionale indulgeva ancora nel pittoresco.

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Di sé diceva: “sono conservatore in un Paese dove non c’è nulla da conservare”. Se Longanesi fosse ancora in vita oggi, da che parte starebbe? Su dove sarebbe oggi, su quale parte mettersi è difficile rispondere. Anche perché nel frattempo destra e sinistra hanno cambiato cavallo. La prima, la cui ragione sociale era un tempo, l’élite è diventata il Bar Sport, ricettacolo di molesti ubriachi malmostosi. La seconda, un tempo destinata alla fatica di redenzione sociale degli ultimi, è diventata la casa dei banchieri e dell’alta finanza. Non c’è nulla da conservare in Italia, tutto è da buttare. E un tradizionalista non avrebbe oggi dubbi. Farebbe tabula rasa.

Stefano Poma

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