Il processo di Verona e l’esecuzione di Galeazzo Ciano

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Il 24 aprile del 1930 Roma si fermava, per assistere al matrimonio tra Edda Mussolini e Galeazzo Ciano. La primogenita del duce sposava il figlio del conte di Cortellazzo e di Buccari, Costanzo. “Si sarebbe detto che tutti i giardini di Roma si fossero spogliati per mandare le loro rose, le loro azalee, i loro gigli, i loro lillà, alla figlia del duce”, scriveva il giorno dopo il Corriere della Sera. Galeazzo aveva l’aspetto fiero delle grandi occasioni, il passo deciso e indossava un elegante tight nero. Edda era avvolta da un lungo abito bianco con uno strascico di tre metri, che metteva in risalto i suoi due grandi occhi spiritati, quasi rotondi, il naso aquilino e la ferma mascella volitiva del padre.

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La giovane coppia, lui 26 anni e lei 19, partirà in viaggio di nozze a Capri e la prima notte passata insieme vedrà nascere i primi problemi. Edda era stata cresciuta dal padre come se fosse un maschio; non doveva mai piangere, non doveva mai avere paura; un giorno, a Milano, la obbligò a riattraversare la città su una carrozza, soltanto perché il cavallo si era imbizzarrito e la piccola Edda, da quel momento, ne fu talmente spaventata da non volerci più salire. Edda, in casa Ciano, era la prima a portare i pantaloni e a farsi tagliare i capelli come un uomo; inoltre soffriva di frigidità. La prima notte di nozze la trascorse nascosta, chiusa nel lussuoso bagno dell’albergo. Quando Galeazzo tentò di parlarle, bussando alla porta chiusa a chiave, lei lo minacciò: “Non apro! Non fare niente, altrimenti vado sui faraglioni e mi butto di sotto”.

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Nonostante tutto ebbero tre figli, Ciccino, Dindina e Mowgli, e da quel momento la carriera di Galeazzo decollò, fino a portarlo al fianco del suocero, fino a farlo diventare il delfino del duce. Non partecipò alla marcia su Roma, ma il partito gli riconobbe ugualmente i titoli di “sciarpa littoria”. Dopo la luna di miele con Edda venne nominato Console generale a Shanghai. Dopo tre anni passati in Cina, Ciano venne nominato da Mussolini capo dell’ufficio stampa della presidenza. Giorno dopo giorno, il “ducellino”, come lo chiamavano i gerarchi, assumeva sempre più potere: nel ’35 divenne ministro del Minculpop, il ministero della cultura popolare e l’anno successivo, a trentatré anni, venne nominato ministro degli Esteri.

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Il ’36 fu per Mussolini l’anno del consenso: il maresciallo Badoglio aveva “dato all’Italia il suo Impero”, la crisi economica causata dal crollo di Wall Street sembrava attenuarsi e sui giornali si parlava della crisi delle democrazie e del tramonto dell’Inghilterra. Intanto arrivava nefasto l’anno 1939. Hitler preparava la guerra, ma Ciano scriveva nel suo diario che “i magazzini militari sono sprovvisti; le artiglierie sono vecchie e le armi anticarro mancano del tutto”. Il primo settembre, mentre i carri armati tedeschi invadevano la Polonia, Mussolini prendeva la decisione del non intervento. Il duce giocava d’azzardo e sperando che Francia e Inghilterra imbottigliassero i tedeschi portava un’impreparata Italia in guerra. Tre anni dopo, nel ’43, il 10 luglio gli alleati sbarcarono in Sicilia, il 19 veniva bombardata Roma e il 24 luglio veniva convocato il Gran Consiglio del fascismo. In quella seduta venne votata la sfiducia a Mussolini, che era stato arrestato, col voto utile di Ciano.

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Il duce venne liberato dai tedeschi e dopo aver costituito la Repubblica di Salò le invocazioni di vendetta contro i traditori del Gran Consiglio, e in particolar modo contro Ciano, animavano la sete di sangue dei repubblichini più fanatici. Ciano tentò di rifugiarsi in Spagna, ma venne intercettato dalle SS e portato in Italia, dove venne imprigionato nel carcere degli Scalzi a Verona. Venne condannato a morte per alto tradimento e fucilato all’alba dell’11 gennaio 1944. Edda tentò disperatamente fino all’ultimo di salvargli la vita, cercando di barattare la vita dell’ex ministro degli Esteri coi suoi diari, i quali riportavano i tanti tradimenti tedeschi nei confronti degli italiani. Ma tutto fu inutile. Al giudice Vecchini che gli chiedeva se era il caso di condannare a morte Ciano, nonostante fosse suo genero, Mussolini rispose con voce ferma: “Fa’ il tuo dovere”. Il duce non fece nulla per salvargli la vita e dopo l’esecuzione, il segretario Dolfin, che aveva assistito al processo di Verona, gli comunicò telefonicamente il decesso di Ciano: “Per me Ciano è morto da tempo”, sospirò Mussolini che ormai, in quella Repubblica di Salò, era soltanto un’ombra ai piedi di Hitler.

Stefano Poma

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