La storia del naufragio della Costa Concordia

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La notte del 13 Gennaio 2012, Il gigante di lamiera giaceva in mezzo agli scogli. Un enorme squarcio l’aveva mortalmente ferito, ed il mare placido, ma impietoso, ne rivendicava il corpo martoriato. Quel giorno, la nave, con a bordo 4.229 persone (di queste, 3216 erano i passeggeri) salpò da Civitavecchia e avrebbe dovuto raggiungere il porto di Savona, tappa conclusiva del viaggio, il giorno successivo. Era davvero splendida la “Concordia”. Con i suoi 70 metri d’altezza e 300 metri di lunghezza, quel palazzo galleggiante dalle mille ed una notte, navigava per tutto il Mediterraneo e prometteva ai suoi passeggeri ogni sorta di delizie. Al suo interno 1500 cabine, 5 ristoranti, un casinò, piscina e SPA, dovevano realizzare queste aspettative. Ciò non accadde.

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Alle 21.45 i passeggeri sentirono un rumore sordo accompagnato da una forte vibrazione. All’interno dei ristoranti i piatti ed i bicchieri di porcellana caddero dai tavoli, fracassandosi in mille pezzi. Qualcuno urlò per lo spavento. Chi si fosse affacciato in quel momento sul lato sinistro del ponte per fumarsi una sigaretta, avrebbe potuto scorgere con stupore  la sagoma illuminata dell’Isola del Giglio (Grosseto), talmente vicina da poterla quasi idealmente toccare con la mano. Com’era possibile? Era ormai consolidata da qualche tempo, l’usanza del cosiddetto “inchino”, cioè un passaggio rasente all’Isola. Questa manovra non era prevista nella rotta originale per  via della sua pericolosità, a causa della presenza di una serie di scogli sottomarini, detti de “le Scole”. Francesco Schettino, il comandante della Concordia, non volle comunque venire meno a questa “tradizione” e fece virare la nave verso l’isola per effettuarlo comunque. Poco prima di prendere questa decisione, Schettino telefonò il comandante in pensione, Mario Palombo, per chiedere se l’acqua fosse alta a sufficienza per permettere il passaggio della nave a meno di mezzo miglio di distanza dall’Isola.

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La Concordia, era ormai vicinissima agli scogli, quando Schettino, resosi conto della vicinanza eccessiva alla costa, diede una serie di ordini ravvicinati al suo timoniere indonesiano, Jacob Rusli Bin, con lo scopo di correggere la rotta. Era troppo tardi. La nave urtò uno scoglio, procurandosi una falla che interessò  tre dei sette compartimenti stagni dell’imbarcazione.  La nave, però, continuò la sua navigazione. Dieci minuti dopo si verificò un primo blackout e tutte le luci si spensero. Anche la sala macchine era stata danneggiata. Venne poi invertita la rotta, per cercare di far avvicinare la Concordia alla costa dell’Isola, in modo da evitare un naufragio in mare aperto. Dagli altoparlanti della nave, venne comunicata la presenza di un blackout tecnico, senza fare menzione alla falla.  Tuttavia,  i passeggeri insospettiti dal comportamento del personale della nave, cominciarono a dare i primi allarmi, telefonando parenti e amici, i quali, a loro volta, allertarono le autorità. A dispetto di tutto ciò, la Concordia stava imbarcando acqua, e fu solo alle 22.43, quasi un’ora dopo l’urto, che  venne finalmente dato l’allarme generale. Alle 22.58 l’imbarcazione si arenò sugli scogli quasi di fronte al porto del Giglio. La nave cominciò ad inclinarsi pericolosamente a dritta.

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Il panico crebbe con il passare dei minuti. Alle ormai sterili richieste di mantenere la calma da parte del personale della nave, rispondeva la crescente confusione regnante tra le persone. Quando ci si rese conto che l’acqua aveva cominciato a lambire i ponti superiori, l’orrore si fece largo tra i passeggeri. Minuto dopo minuto, l’isteria prese il sopravvento, spintoni per ottenere i salvagenti degenerarono ben presto in delle risse. Urla, pianti uniti ad un odore di acqua di mare e di gasolio, incorniciavano quella maledetta notte. Nel mentre, due elicotteri della Guardia Costiera erano stati inviati in ricognizione per localizzare il relitto e fornire così i primi soccorsi. Vi riuscirono alle 23.30, quasi due ore dopo l’urto.

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L’inclinazione era arrivata ad un punto tale che solo pochi metri separavano il ponte di coperta dalle acque gelide. Verso le 00.40, venne finalmente dichiarato l’abbandono della nave. La situazione era ormai fuori controllo. La folla impaurita si accalcava vicino alle scialuppe, mentre un sinistro rumore metallico avvisava che le lamiere sul fianco destro stavano progressivamente cedendo. Quando tutte le scialuppe vennero calate in acqua, coloro che rimasero a bordo della Concordia scapparono da una parte all’altra, inciampando continuamente perché ormai non si poteva più restare in piedi. Come dei topi imprigionati, tentavano disperatamente una via di fuga. In quei momenti ci fu chi, in preda ad un crollo emotivo, chiuse gli occhi e si tappò le orecchie per non sentire e non vedere tutto quello che accadeva intorno. Ci fu, invece, chi decise di telefonare i propri cari con l’idea di dare il suo ultimo saluto. La crociera dei sogni divenne la “città dolente”, il regno del pianto e disperazione. Molti si tuffarono in mare per raggiungere la costa. Il Comandante Schettino, che nel frattempo si trovava su una scialuppa, venne duramente redarguito dal Comandante Gregorio de Falco della Capitaneria di Porto di Livorno. De Falco diede a Schettino, l’ordine perentorio di ritornare a bordo della nave per prendere verificare il numero di passeggeri ancora presenti sulla nave. L’ordine non venne eseguito.

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Con il sorgere dell’alba del 14 Gennaio, fu più semplice prestare i soccorsi, ma divenne chiara anche l’entità esatta della tragedia. Il bilancio fu di 32 morti e più di un centinaio di feriti. Due delle salme vennero rinvenute due anni dopo, in seguito alle operazioni di recupero del relitto. Ben presto all’angoscia dei sopravvissuti e dei parenti, si sostituì il dolore di chi aveva perso qualcuno unito alla rabbia e all’indignazione per una sciagura che si poteva evitare. Nel Luglio del 2013 cominciò l’iter giudiziario, che vide Francesco Schettino nel ruolo dell’imputato. Nel 2014, il relitto della Concordia, rimesso a galla, venne trainato e condotto nel porto di Genova per essere smantellato. Nel 2015, con la sentenza di primo grado, l’ex comandante della Concordia venne riconosciuto colpevole e condannato a 16 anni di reclusione.  La condanna venne confermata il 30 Maggio 2016 anche dalla Corte d’Appello.

Stefano Carta

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