La triste infanzia di Giacomo Leopardi

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Nel Giugno del 1798 ebbe inizio la travagliata vita di Giacomo Leopardi, espressione tra le più alte del romanticismo e della poetica italiana. Nato da “famiglia nobile in una città ignobile”, come definì egli stesso la bella Recanati di quei tempi, fu sempre schernito e deriso dagli abitanti della città che adesso reca dediche e targhe in ogni angolo della moderna cittadina marchigiana. Difficili erano le relazioni con il popolo, specialmente quando si apparteneva ad una famiglia aristocratica che al nome e al rango donavano una sacralità quasi divina. Strettamente legati al clero, i Leopardi sacrificavano all’estetica solenne qualsiasi comodità: nemmeno un angolo per un minimo di intimità era accettato; tanto che la particolarità, data l’avversione degli aristocratici del tempo per la cultura, nel palazzo leopardiano era proprio la biblioteca.

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Il conte Monaldo, padre di Giacomo, era un tipico nobile del ‘700 bardato di parrucca e spada, che diceva donasse il senso del decoro; coltivava per i libri una passione quasi maniacale, e per essi mandò alla malora quasi tutto il patrimonio familiare. Fu salvato dalla marchesa Adelaide Antici, madre del poeta, sposata contro la volontà dei genitori, che con rigore e avarizia s’impossessò e amministrò i beni della famiglia; personalità bigotta, “regalò” precocemente al signore sette dei dodici figli nel nome dell’estremismo cattolico; per il conte e lo stesso Giacomo rimase sempre “una benedizione divina ed un divino castigo”. In questo scenario di estreme ideologie religiose e insensati schemi aristocratici, il Leopardi formò la sua cultura e la sua poesia. Rifuggì gli studi religiosi tanto da qualificare il suo tutore, un gesuita spagnolo, come “l’assassino dei mie studi”, perché suo vero mentore e compagno fu proprio il padre. Rinchiuso nelle enormi stanze di palazzo Leopardi con l’unica compagnia del Conte Monaldo, il quale non rinunciò a plasmarlo a sua immagine e somiglianza, Giacomo lesse di tutto, con avarizia e in successione molto disordinata. Una vera e propria gioventù passata a studiare, soprattutto perché non molto gli era concesso fare: solo al diciottesimo anno di età incominciò ad uscire da solo, come da buona tradizione di famiglia.

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Non basta dire che i metodi di una educazione affabilmente coercitiva furono alla base degli studi estremi del giovanissimo poeta. In una letterina in latino indirizzata al padre del 1807, scrisse quasi come premonizione: “erit gratius mihi studium, quam lusus” (“lo studio mi sarà più gradito delgioco”).  Portentosa era la vastità enciclopedica degli interessi del Leopardi fanciullo, altrettanto stupefacente d’altro canto era la sua ostinazione e la sua avidità per gli studi. Il “figlio del conte” non solo assimilò i modelli ideologico-culturali del bigotto ambiente familiare, ma già lasciava intravede un certo pensiero indipendente. Una volontà di volare libero e per proprio conto, una volontà di volare alto, un’intraprendenza culturale che Monaldo osservava con occhi sbalorditi e pieni di ammirazione, mentre in cuor suo immaginava già una fervente ascesa ecclesiastica per quel suo dedito figliuolo.

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Non conosceva la letteratura moderna, poiché la biblioteca del padre si fermava alle prime decadi del ‘700; divenne, tuttavia, magistrale nella metrica greca e latina, tanto da riuscire a comporre delle vere e proprie imitazioni delle opere classiche da lui preferite. Innumerevoli  furono i componimenti puerili stesi dal giovane Giacomo tra il 1809 e il 1810: esercitazioni e traduzioni (in particolare le Odi di Orazio), prose e versi in italiano e latino; attività  che testimonia un’educazione letteraria di netta marca Arcadica: non elettiva o selettiva che corrispondesse ad un’autonoma scelta di gusto, bensì imitativa e scolastica corrispondente all’arretratezza di ciò che  circondava il giovane poeta. Il giovane Giacomo non ebbe amici in gioventù, unici suoi compagni erano i fratelli Carlo e Paolina; anche la madre condivise con lui solo rapporti educativi. Persino dopo la sua morte, agli ammiratori dello scomparso Leopardi che domandavano curiosità, Adelaide rispondeva “che Dio lo perdoni”. Ispirato dalle letture “enciclopediche” e dal proposito razionalistico di divulgazione della verità contro l’errore delle antiche credenze, compone, in questi anni di gioventù, il “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”, scritto che mostra già la maturazione raggiunta nella scioltezza di scrittura e racconto; distribuita in diciannove capitoli, l’opera è una galleria dettagliata di casi, spesso particolari,di superstizione pagana, derisi con tono ironico ispirato ad uno stile Voltairiano.

Gregory Marinucci  

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