Leonardo Sciascia, l’intellettuale dissidente

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Se ciascun mese dell’anno dovesse avere la sua figura di riferimento, Gennaio sarebbe il mese dedicato a Leonardo Sciascia. Il grande scrittore, saggista e politico siciliano, nacque l’8 Gennaio del 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento. Trasferitosi a Caltanisetta, dove divenne allievo di Vitaliano Brancati, compì il suo apprendistato intellettuale leggendo non solo le opere dei siciliani Pirandello e Lampedusa, ma anche quelle di Voltaire, Montesquieu, Hugo e Manzoni. Così lo descrisse Alberto Moravia: «In Sciascia erano presenti due tendenze frequenti agli scrittori italiani: l’ispirazione regionale, provinciale e municipale locale legata al luogo d’origine; e la necessità molto sentita di collegare questa ispirazione con la cultura nazionale e, nel caso di Sciascia, anche europea». Conseguito il diploma magistrale nel 1941, Sciascia sposò la maestra Maria Andronico. Da questo matrimonio nacquero due figlie.

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Autore di libri come “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo” e “Todo Modo”, lo scrittore siciliano seppe raccontare la Sicilia da un punto di vista privilegiato: quello di un indigeno. Ed in tale veste introdusse i profani del “Continente”in un mondo impenetrabile, fatto di regole tacite ma immutabili e talvolta terribili. Nella sua opera forse più famosa, “Il giorno della civetta”, Sciascia seppe fornire uno spaccato della società siciliana dove la mafia, quel “male oscuro”, non risultava un corpo estraneo, ma un elemento intrinseco della comunità. Con una indiscussa maestria nel narrare e grande lucidità, trasformò i suoi personaggi nella metafora delle colpe, delle occasioni mancate, ma anche dell’eroismo di una generazione di piccoli e grandi siciliani.

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Il suo impegno intellettuale si concretizzò anche in due importanti esperienze politiche. La prima, lo vide nel ruolo di consigliere del PCI al comune di Palermo nel 1975, che si concluse nel 1977 con le dimissioni dello stesso Sciascia, in aperta polemica con la strategia del “Compromesso storico”. La seconda esperienza risale, invece, al 1979, anno in cui fu candidato dai Radicali per il Parlamento Europeo e per la Camera dei Deputati, venendo eletto in entrambe le assemblee. L’opzione ricadde sulla seconda, nella quale rimase fino al 1983, in veste di componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul “sequestro e l’assassinio di Aldo Moro” e della commissione d’inchiesta sul fenomeno della mafia.

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A dispetto dell’appoggio datogli da questi partiti, Sciascia fu un intellettuale non inquadrabile in un’ideologia specifica. Il suo atteggiamento critico e privo di timore reverenziale nei confronti di qualunque schieramento politico, l’oratoria tagliente, suscitava spesso e volentieri serrate polemiche. Tra le più accese vi furono quelle su alcune prese di posizioni dello scrittore sui fenomeni del “pentitismo” e dei “professionisti dell’antimafia”. Si è spesso sostenuto, forse in modo ingeneroso, che l’unico elemento di fondo dell’intera opera di Sciascia sia stato il puro e semplice pessimismo intellettuale, suffragato da una sfiducia sempre più marcata nelle istituzioni democratiche. Tuttavia, in tale sede si vuol proporre una lettura diversa, forse ingenua, di uno Sciascia in veste di “grillo parlante”, di coscienza critica, abile ad utilizzare una parvenza di pessimismo come un mezzo per comunicare con il lettore, dandogli degli spunti per riflettere per indignarsi.

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Ma allora chi fu Leonardo Sciascia? Che cosa rappresentò realmente per la Sicilia ma anche per l’Italia? Le sue opere sono ancora valide? Qualunque considerazione sull’intellettuale ad ormai 27 anni dalla sua scomparsa è limitata e limitante, in quanto risente di considerazioni individuali sul personaggio. Nonostante ciò, vi è una certezza: Sciascia non è né obsoleto né moderno, ma un classico non solo siciliano, ma italiano ed europeo e, come tutti i classici, sempre attuale.

Stefano Carta

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