I telecomandati

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In Italia il potere ce l’ha una cosa. E questa cosa si chiama telecomando. La maggioranza degli italiani si è concessa da tempo all’ammaliante televisione. Essa non è che la messa in scena di un concerto a più voci, dove non sono ammesse stonature. L’italiano si crede il maestro di un’orchestra polifonica che dirige a suo piacimento, a seconda degli umori e dei propri interessi. La lascia sempre accesa, anche quando non gli presta interesse. L’italiano è possessivo, è geloso della sua bacchetta. Non ammette suggerimenti; è il solo a dettare zapping. Il telecomando lo agita a colpi di maestria sincronizzata. Gli altri devono tacere ed applaudire.

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Per una visione corretta, l’italiano ha scelto di adagiarsi sul divano di casa. La scalda quella poltrona, proprio come quei parlamentari che ascolta ogni sera alla TV, di cui dice peste e corna. Ma l’italiano a casa sua ha il diritto di sbraitare e criticare quei politici nullafacenti. Per fortuna, in nome del pluralismo, il telecomando è abilitato a cambiare canale senza che si girino i pollici. Lo schermo è in alta definizione per un alto godimento. In panciolle. I diritti sono riservati all’indifferenza. L’utente, scorrendo la programmazione, si accorge però che molti programmi sono dedicati alla politica, la maggior preoccupazione e il motivo d’indignazione per eccellenza degli italiani. I politici sono un incubo per i propri connazionali. Non c’è grande né piccino che non abbia sempre qualcosa da dire al riguardo, rigorosamente dalla stessa posizione: beatamente stravaccati. Procedendo ad un incontro ravvicinato ed a un’osservazione più acuta, fior di mentori hanno confermato che la televisione ha avuto la virtù di stimolare il dialogo e il dibattito intergenerazionale.

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Un problema continua ad essere intrinseco e connaturato nell’uomo italico: l’approccio al sentimento di colpevolezza. L’italiano non ha mai colpe perché è sempre colpa degli altri. Questa visione del mondo, conosciuta in termini tecnici come “benaltrismo”, ha il suo riscontro e la sua cura con la televisione, che ancora una volta ha la missione di salvare gli italiani dal peccato di essere, appunto, italiani. La TV in tutti questi anni ha cercato di combattere le anomalie endogene di questo popolo, elaborando una grammatica dello schermo semplice e accessibile a tutti. Questa gli ha detto che ben altri hanno infangato la nostra storia, la nostra genialità e la nostra economia. Ben altri devono pagare per le nostre azioni che non sono state che un eroico sforzo e una forzata conseguenza della fatalità. Ben altri devono adesso rimboccarsi le maniche. Ben altri sono i problemi dell’Italia. Si badi bene: la responsabilità l’italiano se la prende eccome, una volta che se ne lava le mani.

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L’italiano si è perciò affidato alla TV come cura dai mali endemici di una società arrogante di cui lui è vittima e questa lo ha ripagato con programmi di autostima e di assunzione di diritti e doveri semplicissimi. Il primo comandamento, per esempio, è pendere dalle labbra dei personaggi che affollano la TV. Imitarli, far propri quegli stili di vita, quelle espressioni, quelle cantilene da fighi, da sboroni, da collaudati. Tutti omologati, tutti felici e contenti. Mai tentennare, ma apparire belli, forti e sicuri di sé. Voci fuori dal coro mormorano che dentro questo contenitore di saperi si tessono i fili di una società che per darsi importanza è disposta ad essere telecomandata da anonimi burattinai, il cui linguaggio è volgarmente irresistibile, e il cui messaggio, socialmente rassicurante, passa attraverso radiazioni secolari che schivano papabili dubbi e intelligenze culturalmente modificate. Sussurrano, queste note stonate, che non ci sia più niente da fare. Anni di indottrinamento televisivo si sono rivelati devastanti per la cultura italiota, per il way of life nazionale. L’italiano non ritrova più i comandi di se stesso perché non ha mai cercato dentro di sé. L’italiano è assente, esiste solo dentro la televisione e non fa niente per spegnerla.

Laura Fois

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