Lo sfortunato amore di Giuseppe Garibaldi

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I moti rivoluzionari del 1848 fecero tremare la vecchia Europa, fiaccata da un antico mondo nobiliare che veniva scosso dal forte vento soffiato dalle nuove classi emergenti borghesi. L’Italia divenne un campo di battaglia: la Prima guerra d’indipendenza seguiva la Rivoluzione siciliana e le sommosse di Milano e di Venezia. Un marinaio, che fino a quel momento aveva combattuto in Sudamerica a fianco dei piccoli popoli desiderosi di conquistare la propria indipendenza dai grandi imperi, s’imbarcò con la sua legione su una nave chiamata Speranza e fece ritorno in patria. Quando nel Continente sudamericano le armi si fermavano, si manteneva facendo il lettore d’italiano, insegnando matematica e commerciando pastasciutta. Il suo nome era Giuseppe Garibaldi. Mazziniano, era nato a Nizza nel 1807, col nome francese di Joseph Marie Garibaldi.

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A soli quarant’anni vantava già una condanna a morte, maturata nel ’34 per aver fiancheggiato l’insurrezione di Genova contro i Savoia. Si salvò riparando prima a Marsiglia, poi in Brasile, dove conobbe Anita. Nella provincia di Rio Grande del Sud, fu nominato ammiraglio da Bento Goncalves, presidente della Repubblica, ostile all’Impero brasiliano di Don Pedro. Garibaldi improvvisò un cantiere nel quale vennero costruiti alcuni barconi, i quali vennero spazzati via al battesimo del fuoco, appena si trovarono davanti la flotta del potente Impero brasiliano. Scappò a piedi, seguito da Anita che, incinta, partorì il piccolo Menotti sotto il fuoco delle pallottole dell’esercito di Don Pedro. Congedatosi da Berto, Garibaldi si trasferì a Montevideo, dove a capo della flotta uruguagia mise a dura prova quella ben più potente dell’Argentina. In questa occasione, per la prima volta, i suoi uomini indossarono la famosa camicia rossa.

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L’esercito era senza uniforme e Garibaldi decise di procurargliene una. Venne in contatto con un commerciante, un venditore di stoffe, il quale produceva grembiuli rossi destinati ai macellai argentini. Ma, a causa della guerra, faticava a smerciarle e l’ammiraglio italiano acquistò tutta quella stoffa rossa per una cifra irrisoria. La sua fama cresceva e per la prima volta venne chiamato “l’eroe dei due mondi”. Intanto in Italia il fascino dei moti rivoluzionari si diffondeva e Garibaldi decise di farvi parte. Il Risorgimento era in atto e in tutti vi era la consapevolezza che la libertà d’Italia dagli austriaci e dai governi corrotti e illiberali fosse possibile soltanto grazie all’esercito dei Savoia. Ma l’entusiasmo lascerà presto il posto alla rassegnazione del fallimento e un altro lutto colpì il generale.

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Il 4 agosto ’49, a Ravenna, morì sua moglie Anita e da quel momento alternò le conquiste militari a quelle amorose. Saranno decine le donne che caddero ai piedi del tenebroso condottiero. Ma solo una riuscì a farlo veramente innamorare. Nel giugno ’59, durante la Seconda guerra d’indipendenza, il generale conobbe una ragazza diciottenne, Giuseppina Raimondi. Raccontò nei suoi diari che al suo primo sguardo lei fu come “una visione”. Garibaldi la corteggiò per mesi, ma lei, anche in virtù degli altri suoi amanti, giovani garibaldini, restava sorda alle lunghe lettere d’amore che il generale le scriveva tra un attacco agli austriaci e l’altro. Finalmente, dopo sei mesi di corteggiamento, Giuseppina, legata sentimentalmente al tenente Luigi Caroli e al maggiore Carlo Rovelli, accettò la proposta di matrimonio dell’eroe dei due mondi. Gli scrisse un’ardente lettera d’amore: “Ti amo, fammi tua”.

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Le nozze furono celebrate il 24 gennaio ’60, nell’oratorio dei marchesi Raimondi. Tutte le più importanti personalità politiche e militari parteciparono in festa al rito religioso. Mentre i due sposi uscirono a braccetto tra le due file di invitati plaudenti, che solenni lanciavano petali di rose, il maggiore Rovelli si rivolse al generale, informandolo che Giuseppina aveva numerosi amanti e che era incinta di un altro uomo. La sposa non negò e il marito la ripudiò dopo una drammatica sceneggiata. Il nome di Garibaldi era stato infangato e l’ex ammiraglio deriso dai suoi avversari politici e militari. Si ritirò a Caprera, dove decise fortemente di passare in solitudine il resto dei suoi giorni. Qualche mese più tardi il patriota Rosolino Pilo gli fece visita sull’isola, per parlargli della possibilità di liberare definitivamente l’Italia partendo dalla Sicilia. Ma Garibaldi, che qualche mese dopo sbarcherà a Marsala alla testa dei Mille, sfiduciato e deluso, gli rispose in modo severo, scrollando le sue grosse spalle: “Non credo, caro Rosolino, che questo sia possibile”.

Stefano Poma

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