Gli immigrati e la caduta dell’Impero Romano

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Da parecchi anni in gran parte d’Europa assistiamo al rialzo esponenziale di pregiudizi razziali, spesso tradotti anche in episodi di vera e propria intolleranza, verso  disperati che per sfuggire a una condizione di estrema povertà, o peggio ancora dalla guerra, una volta approdati sui nostri lidi sono percepiti da larga parte dell’opinione pubblica come la peggior minaccia al vivere quotidiano. Questa percezione negativa dell’altro viene ormai ad essere uno dei tratti distintivi delle varie identità nazionali. Per tentare di comprendere la portata del problema, ancor prima di risolverlo, sarebbe opportuno che tutti i governi dell’Unione focalizzassero il proprio vissuto costitutivo, accantonando le inefficaci politiche dei blocchi più o meno diversificate, piuttosto che dei centri di accoglienza malamente allestiti  o ancora delle turpi minacce di deportazioni forzate verso gli stati confinanti.

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Anche la caduta dell’Impero Romano ebbe inizio da un flusso migratorio mal gestito. Le fonti antiche attestano come già negli anni immediatamente successivi alla nascita di Cristo, varie etnie, stanziate più o meno stabilmente al di fuori dei confini imperiali, premessero continuamente per essere ammesse all’interno; chi per sottrarsi all’asfissiante pressione di popolazioni nemiche, chi per sfuggire alle carestie e ottenere terre da dissodare, chi, infine, per offrire i propri servigi militari dietro compenso. Di fronte a tutto questo l’Impero Romano si trovava così di volta in volta a respingere, ad accogliere, e, più frequentemente, a pianificare vere e proprie ondate di flussi migratori.

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Questa politica disordinata di accoglienza, regolamentazione più o meno variabile dei flussi migratori, nonché richiesta di aiuto militare, provocò effetti benefici fino a quando la presenza dei nuovi arrivati causò l’irreparabile: la disfatta di Adrianopoli, ad esempio, dimostra che la gestione dei migranti si rivelò, in quell’occasione, fallimentare, al punto che da allora niente fu più come prima. Lo scontro del 9 agosto 378 d.C., nella stepposa pianura tracia, fu solo una delle tappe – seppur molto significativa – di un cammino che, tra IV e V secolo, pose le basi dell’implosione dell’Impero Romano; questo, o quel che ne rimaneva, da allora non fu più in grado di gestire né la sicurezza dei confini, né tanto meno il flusso migratorio barbarico, portando, da lì a un secolo a venire, alla fondazione dei regni latino-germanici.

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Tutto era però cominciato due anni prima, nell’autunno del 376, quando cominciarono a diffondersi notizie vaghe e oscure circa lo sfondamento dei confini settentrionali e lo spostamento delle tribù Gote lì stanziate, che si erano affollate lungo il corso del Danubio perché insidiate da una nuova stirpe barbarica proveniente dalla steppa asiatica, con cui i Romani avrebbero dovuto fare i conti nei secoli a venire: gli Unni. Questi ultimi avevano attraversato il corso del Don, del Dnepr e del Dnestr, innescando un’azione a catena di vastissime proporzioni. Gli Unni, infatti, erano ritenuti barbari dagli stessi Goti e, nei loro confronti, si provava solo un indistinto terrore, al punto di considerarli come i diretti discendenti delle Haliurunnae, entità demoniache e stregonesche che, in un tempo lontano, avevano fatto parte dello stesso popolo Goto prima di venirne allontanate e iniziare a vagare per le steppe in cui, unitesi con altri demoni, avevano partorito gli Unni.

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Fu così che decine di migliaia di profughi cominciarono ad addossarsi  sui confini del tratto inferiore del Danubio, e dopo un lungo tira e molla l’imperatore Valente autorizzò il passaggio del fiume di tutti coloro che ne avessero fatto richiesta. I Goti furono imbarcati su tutti i mezzi disponibili; la migrazione durò giorni, forse settimane, mentre funzionari romani regolavano a modo loro il passaggio, favorendo per primi coloro dai quali potevano estorcere dei compensi o giovani da impiegare come servitù. Il caos si accrebbe allorché sulla sponda romana non erano stati predisposti centri di accoglienza, lasciando i nuovi arrivati alla mercè di fame, promiscuità e angherie da parte di chi amministrava il trasferimento. Dopo giorni di tribolazioni, finalmente, questo esercito di pezzenti si mise in marcia dando il via a un’escalation irreversibile che avrebbe portato alla fine di tutto. I Romani posti di scorta ai Goti dovettero lasciare indifesa la riva oltre il Danubio, la quale fu raggiunta da moltitudini di Barbari che, sia in fuga dagli Unni, sia avuta notizia dell’apertura delle frontiere, non si trovarono di fronte a forze sufficienti a contrastarle.

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Finirono dunque per attraversare il fiume con ogni mezzo di fortuna e stabilirsi sul territorio imperiale senza alcuna autorizzazione. Dopo diverse settimane di cammino i Goti giunsero sotto le mura di Marcianopoli, nei pressi dell’attuale Devnja in Bulgaria, la prima vera città romana che incontrarono lungo il tragitto. I profughi, affamati, tentarono di procurarsi del cibo, ma le autorità chiusero le porte della città e i Goti, inferociti, riversarono la loro rabbia sterminando la scorta romana e iniziando a compiere scorrerie per tutta la Tracia nei due anni a venire, fino a quando Valente si decise a porre fine al problema una volta per tutte. Il 9 agosto del 378 affrontò i Goti in battaglia e sappiamo tutti come andò a finire. I Goti, che avevano acceso falò per impedire la piena visibilità, si difesero a oltranza nel cerchio formato dai loro carri. Accorse in loro aiuto la cavalleria formata da Alani e Unni (sì, proprio loro, gli antichi nemici) che aggredì la fanteria romana ai fianchi e alle spalle. Come già accaduto a Canne e poi a Carre, anche i cavalieri romani si fecero accerchiare e massacrare. Chi poté si diede alla fuga; l’imperatore Valente raggiunse le due legioni di Lanciarii e di Mattiarii e con esse continuò lo scontro fin quasi al calare delle tenebre quando, sopraffatto, secondo alcuni finì ucciso a causa di un dardo, secondo altri bruciato vivo all’interno di una capanna in cui aveva trovato rifugio con le sue guardie del corpo. In ogni caso fu ucciso da quei Barbari che, ironia della sorte, professavano come lui l’arianesimo, cancellato dal suo successore Teodosio nel 380 con l’editto di Tessalonica, sancendo in tal modo la vittoria del Cristianesimo ortodosso ed eleggendolo a religione di Stato. Ciò pose fine alle ambiguità nei confronti degli eretici e relegò il politeismo nei recessi più oscuri.

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La morte dell’imperatore sul campo di battaglia provocò un’impressione enorme e scosse alle fondamenta il prestigio romano. Teodosio fu costretto, nel riorganizzare quanto era rimasto dell’esercito imperiale, ad accogliere nelle ricostituende armate gli stessi Goti, i quali, seppur reggimentati in determinate aree dell’Impero, finirono col divenire il nerbo della potenza militare romana. Tanto che il termine Goto, verso la fine del IV secolo, era sinonimo di “milite”. Da allora i Visigoti, o Goti dell’ovest, ebbero sempre più potere, almeno fino al 4oo, anno in cui la popolazione di Costantinopoli, insorta contro il loro comandante Gainas, ne trucidò settemila, obbligandoli in seguito a dirigersi verso la parte occidentale dell’Impero, che nell’arco di pochi decenni fu pervaso dalla nascita dei regni romano-germanici, fino alla deposizione dell’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, per mano del sovrano di origine scira  Odoacre, che inviò le insegne imperiali a Costantinopoli.

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Ovviamente, i migranti di oggi non sono i Goti del V secolo, ma va da sé che così come le mura Aureliane non misero Roma al riparo delle invasioni, meno che mai i muri e i reticolati odierni metteranno fine all’esodo biblico cui assistiamo; in fin dei conti sia gli uni che gli altri, seppur in epoche diverse, non volevano distruggere l’ordine esistente, ma solo inserirsi in un’area sicura e ricca.

Andrea Santoro

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