Achille Ratti, il papa che trattò col duce

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All’alba del 20 settembre 1870 sessantamila soldati dell’esercito italiano, comandati dal generale Raffaele Cadorna, erano assiepati lungo le mura aureliane, pronte a difendere un debole e impaurito Stato pontificio. I cannoni italiani cominciarono a bombardare quelle alte e possenti mura, dove poco prima gli uomini di Kanzler avevano legato due file di materassi, come ultima e disperata resistenza. Alle nove fu aperta la famosa breccia di Porta Pia, larga trenta metri, e i primi a oltrepassarla furono i reparti dei bersaglieri seguiti da altri reparti della fanteria. “È già gran cosa, in questi momenti, aver la forza di scrivere, mentre per le vie di Roma risuonano ancora le grida del primo entusiasmo e della prima gioia”, scrisse il giovane giornalista Edmondo De Amicis a seguito delle truppe.

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Roma veniva conquistata e Papa Ferretti, Pio IX, abbandonava frettolosamente la sua residenza abituale, il Quirinale, chiudendola a chiave, e all’arrivo di Cadorna si dovette trovare un fabbro per aprire il suo grande e pesante portone cinquecentesco. La presa di Roma diede inizio al violento conflitto tra lo Stato pontificio e quello italiano. Il papa non riconosceva l’Italia unita, Roma capitale e la Monarchia dei Savoia. Pochi mesi più tardi scriverà l’enciclica Respicientes ea, nella quale accusava l’esercito sabaudo di aver perpetrato un’invasione “ingiusta, nulla, violenta e invalida” e, nel ’74, emanò il Non expedit, nel quale ordinò ai cattolici il divieto di partecipare alle elezioni e alla vita pubblica del Regno. Intanto l’Europa, in piena rivoluzione industriale, trovava una pace inaspettata, un lungo periodo durato dal 1870 al 1914, finito quando il colpo di pistola che assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando riaccese le fiamme nascoste sotto la cenere del periodo della Belle Époque, facendo riprendere in mano, ai popoli europei, quelle armi che avevano smesso di usare dall’ultima guerra franco-prussiana.

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La Grande Guerra sconvolse una già tormentata Europa e arrivò cruciale l’anno della svolta, il 1922. Due uomini, due protagonisti assoluti del Novecento, entravano prepotentemente nella scena italiana e mondiale: il 6 febbraio il cardinale Achille Ratti veniva eletto papa col nome di Pio XI e il 30 ottobre Benito Mussolini nominato Primo ministro da Vittorio Emanuele III. Il rapporto tra i due fu fatale e culminò col Concordato, firmato l’11 febbraio del ’29. Era un lunedì mattina e diluviava. Mussolini, accompagnato dal corteo ufficiale, si dirigeva verso il palazzo del Laterano, dove l’attendeva il cardinale Gasparri. La penna stilografica in oro con la quale furono firmati gli accordi sanciva la fine della “questione romana”, cominciata in quel lontano 1870 quando il primo bersagliere di Cadorna mise piede nella Roma pontificia. Il conflitto era finito: ora il pontefice era indipendente e autonomo dietro le mura del più piccolo Stato al mondo, quello Vaticano. Il Concordato riconosceva alla Chiesa personalità giuridica, venivano riconosciuti i matrimoni religiosi, si istituiva l’ufficio all’insegnamento religioso e una convenzione finanziaria che garantiva un risarcimento in denaro alla Chiesa.

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Mussolini dimostrava al papa la propria disponibilità e il pontefice non fu da meno; lo salutò come “l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare” e il 29 agosto del ’35, al Congresso nazionale delle infermiere cattoliche, alla vigilia dell’azione militare italiana in Abissinia, appoggio l’impresa imperiale del duce: “La guerra è diventata necessaria per l’espansione di una popolazione che aumenta di giorno in giorno”. La conquista del “posto al sole africano”, fatalmente, allontanò Mussolini dalle potenze occidentali e lo avvicinò alla Germania di Hitler, animata fortemente da sentimenti di vendetta e di odio contro i vincitori della Grande Guerra. Due anni più tardi, a Trieste, il duce proclamò le leggi razziali e Pio XI, ormai stanco e malato, scrisse un discorso di denuncia contro l’antisemitismo di Hitler e Mussolini, sostenendo che “spiritualmente, noi cristiani, siamo semiti”. Quel discorso avrebbe dovuto pronunciarlo l’11 febbraio del ’39, dal balcone papale della Basilica di San Pietro, nel decimo anniversario dei Patti Lateranensi e nell’anno cruciale dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Ma il papa, Achille Ratti, morì il giorno prima, a ottantadue anni, portandosi dietro quel discorso di denuncia che aveva deciso di pronunciare quando ormai, per cambiare il destino d’Italia e d’Europa, era troppo tardi.

Stefano Poma

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