La nascita del Sant’Uffizio e il sacrificio di Giordano Bruno

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All’alba del 1600, il filosofo Giordano Bruno veniva arso vivo in Campo de’ fiori. La sentenza del Sant’Uffizio l’accusava d’aver negato l’incarnazione, l’esistenza della trinità e per aver definito Gesù un mago che faceva soltanto dei miracoli apparenti.

Dopo i lunghi settant’anni del periodo avignonese, alla fine del quattordicesimo secolo il papa tornò a Roma. Ansioso di costruire uno Stato territoriale in Italia, sulla base di quello francese e spagnolo, in breve tempo trasformò la Chiesa in un principato moderno. Questo gli permetteva di controllare gli interessi politici, religiosi e finanziari dello Stato, oltre quello delle anime dei fedeli, guidate alla salvezza nei momenti più significativi della loro vita religiosa, dal battesimo al matrimonio alla morte. Ma una nube improvvisa sconvolse il mondo ecclesiastico, facendo tremare le fondamenta economiche di uno Stato della Chiesa sempre più indebitato per le guerre mosse alla Francia. La situazione finanziaria precipitava e si dovettero perfino interrompere i lavori per la costruzione della basilica che avrebbe dovuto rappresentare la grandezza dello Stato pontificio, quella di San Pietro. Come conseguenza papa Leone X, figlio di Lorenzo de’ Medici, dal quale ereditò il gusto per lo sfarzo e la grandezza, il 31 marzo 1515 emanò una bolla nella quale promulgò l’indulgenza, la possibilità rivolta a tutti i fedeli di riscattare i propri peccati dietro un versamento in denaro nelle casse vaticane. Assetato di denaro, il papa trasformò quella piccola nube in un tornado che cambiò per sempre il mondo cristiano, una tromba d’aria che prese il nome di Riforma.

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Un oscuro monaco di un piccolo paese tedesco chiamato Wittenberg agitò il primo vento che travolse il clero. In quanto confessore, raccolse i disperati racconti dei fedeli, ormai squattrinati dopo essere accorsi alla grande vendita delle indulgenze che assicurava loro la certezza del Paradiso. Raccolse gli eccessi e gli abusi del clero in 95 tesi, che affisse sul grande portone della chiesa di Wittenberg, dando il via alla Riforma luterana, la quale prendeva il cognome del monaco, Martin Lutero. Il mondo cristiano si divise in due e quello cattolico temeva di perdere quel ruolo politico ed economico che aveva sfoggiato per più di mille anni. La Chiesa aveva prosperato grazie agli oboli e alle decime che i fedeli le versavano da tutta Europa e le tesi di Lutero minacciavano quel benessere che si era conquistata servendosi del Vangelo. Fu condannata la produzione di autori protestanti e la censura del Sant’Uffizio si estese a ogni campo del sapere. Opere letterarie, scientifiche e filosofiche furono condannate dalla spietatezza del rigorosissimo “Indice dei libri proibiti”, il quale inquisì nomi celebri come Tommaso Campanella, Galileo Galilei e Giordano Bruno.

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Quest’ultimo nacque a Nola nel 1548 e a Napoli studiò retorica, logica e dialettica. Monaco domenicano per dieci anni, decise di abbandonare la tonaca preferendo la filosofia, la compagnia femminile e la mnemonica. Si manteneva insegnando nelle migliori università europee e perfino Enrico III di Francia volle prendere lezioni. Provocatorio e disinibito, nelle sue opere descriveva il clero come un ceto corrotto, bugiardo, viziato dai lussi e fortemente ignorante. Dopo aver soggiornato in tutte le più grandi città d’Europa, nel 1591 tornò in Italia, a Venezia, su invito del nobile Mocenigo, il quale gli pagò un anno di lezioni d’occultismo e mnemonica. Ribelle, nemico dei compromessi e anticonformista non ebbe timore di professare le proprie idee, anche quando sapeva che il severo occhio intimidatore dell’Inquisizione lo stava osservando. Fu lo stesso Mocenigo, colui che gli aveva promesso protezione, a denunciarlo al Sant’Uffizio e Bruno fu arrestato con l’accusa d’aver negato l’incarnazione, l’esistenza della trinità e per aver definito Gesù un mago che faceva soltanto dei miracoli apparenti.

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Il processo durò sette lunghi anni, nei quali Bruno provò i supplizi e i metodi di tortura della Santa Inquisizione. All’alba del 1600 il processo finì con una condanna a morte, avendo riconosciuto l’imputato “eretico, impenitente e pertinace” e il 17 febbraio, in piazza Campo de’ Fiori, Bruno fu spogliato e legato a un palo, sotto al quale il boia aveva disposto le numerose fascine di legna che attendevano di essere accese. La sua figura fu nei secoli successivi ampiamente sfruttata dai detrattori laici della Chiesa, che soprattutto nel periodo risorgimentale fecero di lui il martire e il fautore del pensiero libero. Bruno ascoltò la sua sentenza in ginocchio, ma quando questa terminò, balzò in piedi per puntare il dito accusatore contro i giudici che lo mandavano al rogo: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”.

Stefano Poma

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