L’omicidio di Valerio Verbano

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“Avevo un figlio, Valerio, che riempiva la nostra vita e me lo hanno ammazzato. Sono stati i fascisti, forse per vendetta, perché Valerio faceva parte di Autonomia, o forse per paura. Valerio era un loro nemico giurato, stava raccogliendo un dossier sui fascisti del quartiere, chissà? Ma da quel giorno viviamo con uno scopo, scoprire la verità su nostro figlio. Dare un nome ai tre assassini che ce l’hanno ucciso davanti agli occhi. Se la sua morte rimanesse un mistero, mio figlio sarebbe ucciso per la seconda volta”. Queste sono le parole di Sardo Verbano, le quali ricordano quel tragico 22 febbraio 1980, quando uccisero il figlio nel salotto di casa. Poco prima delle 13 di trentasette anni fa tre giovani, spacciandosi per amici del figlio, convincono i Verbano ad aprire la porta della loro abitazione; qui, armati di pistole con silenziatore, legarono ed imbavagliarono i genitori chiudendoli nella camera da letto, per poi aspettare il rientro da scuola di Valerio. Appena rincasato lo assalirono e lo freddarono con due colpi di pistola dopo una violenta colluttazione. Durante l’aggressione i tre persero un passamontagna, una delle pistole, un guinzaglio per cani, un paio d’occhiali, un bottone e uno zucchetto di lana; tutte prove indispensabili per scoprire l’identità degli assassini ma che negli anni andarono perse o furono distrutte.

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Nelle ore immediatamente successive all’omicidio arrivarono molteplici rivendicazioni e conseguenti smentite: la prima arriva alle 20 del giorno stesso e risultando fin da subito poco credibile perché firmata da una sedicente formazione di sinistra, il Gruppo Proletario Organizzato Armato, che dichiara di aver colpito Valerio con l’intento di gambizzarlo in quanto spia al servizio della polizia. Essa fu chiaramente un depistaggio messo in atto da quello che sembrerebbe essere un gruppo specifico, dell’estrema destra, dedito alla produzione di volantini simili. Soltanto un’ora dopo, invece, arrivò una seconda rivendicazione a firma NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari, guidati da Giusva Fioravanti e Valeria Mambro), decisamente più credibile: “Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti (Stefano Cecchetti, militante del Fronte della Gioventù, fu ucciso il 10 gennaio 1979 davanti ad un bar nel quartiere Talenti a Roma n.d.a.). Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. Questa rivendicazione era considerata attendibile perché facente riferimento ai calibri delle due pistole non ancora resi pubblici. Il giorno seguente arrivò un’ennesima rivendicazione, sempre da parte dei NAR, comandi Thor, Balder e Tir, che non nomina esplicitamente l’omicidio ma fa riferimento a un’azione svolta all’interno del quartiere Montesacro, dove abitava appunto il giovane autonomo. La pista dell’estrema destra continuò comunque a restare plausibile nonostante il ritrovamento a Padova di un volantino che smentiva il coinvolgimento del gruppo di Fioravanti e della Mambro, smentita che non fu considerata affidabile dagli inquirenti.

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Per poter comprendere le motivazioni che portarono al suo omicidio, bisogna capire chi era Valerio e qual era il suo ruolo nella Roma degli anni ’70 e il suo rapporto con l’estrema destra locale. All’epoca aveva solo 19 anni, ma fin dal 1975 svolse un’intensa attività politica, dapprima in un collettivo autonomo del liceo scientifico Archimede e poi all’interno del Comitato di lotta Valmelaina, emanazione territoriale di Autonomia Operaia. In quegli anni, si concentrò prevalentemente sulla cosiddetta controinformazione, inizialmente documentando gli sfratti nei quartieri popolari romani e successivamente redigendo un completo dossier sull’attività e gli attivisti dell’estrema destra, il cosiddetto “dossier NAR”. Tra le schede compilate assieme ad alcuni compagni, si possono leggere anche nomi molto noti alle cronache come Marco Fassoni Accetti (autoaccusatosi di avere avuto un ruolo nel sequestro di Manuela Orlandi), Angelo Izzo e Andrea Ghira (due dei tre responsabili del massacro del Circeo), o di leader del tempo (e annoverati tra i principali responsabili delle stragi di quegli anni) come Paolo Signorelli, Stefano Delle Chiaie e Alessandro Aldibrandi, o addirittura di futuri politici di professione come Teodoro Bontempo e Francesco Storace. Tra i tanti nominativi raccolti, potrebbero esserci con molta probabilità pure quelli dei suoi assassini, di conseguenza risulta ancora più sconvolgente la poca cura che gli inquirenti stessi abbiano riservato a questa fondamentale prova, così come è stato nel caso degli altri indizi lasciati nel salotto di casa Verbano.

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La vicenda riguardante l’”Archivio NAR” è davvero particolare e si sviluppa lungo tutti i trentasette anni di mancata verità sull’omicidio anzi, trentotto dato che l’archivio fu sequestrato già nel ’79 quando Valerio fu arrestato. L’odissea dell’archivio inizia una settimana dopo il suo sequestro (come spiega Marco Capoccetti Boccia nel suo libro Valerio Verbano, una ferita ancora aperta), quando la Digos lo consegna all’ufficio corpi di reato di Roma per essere repertato e messo a disposizione nel fascicolo riguardante l’arresto. Pochi giorni dopo la morte di Valerio, i legali della famiglia ne chiesero la restituzione, scoprendo però che l’originale non si trovava più tra le prove e che nessuno sapeva dove fosse finito. Il successivo 27 febbraio 1980, il giudice istruttore Claudio D’Angelo, che si occupava dell’inchiesta, constatata la scomparsa del dossier dall’ufficio corpi di reato riceve dalla Digos stessa una “copia fotostatica della documentazione sequestrata nell’abitazione di Verbano Valerio”. Copia che, secondo la madre di Valerio, Carla, è dimezzata rispetto all’originale. Inspiegabilmente, nel novembre del 1984, in piena indagine per scoprire l’identità dei tre assassini la Corte d’Appello che giudicò Valerio nel ’79 ordinò la distruzione di tutti i reperti, archivio compreso, nonostante esso fosse stato nuovamente repertato per il suo assassinio. Distruzione che avverrà solo tre anni dopo. Da quel momento non si ebbe più traccia dell’archivio Nar (lo stesso Capoccetti ricevette una risposta evasiva dalla Digos quando chiese di visionarlo per il suo libro), fino a quando riapparve improvvisamente in mano ai carabinieri alla riapertura del caso, nel 2011. Questa è di certo la circostanza più sconcertante dell’intera vicenda, assieme alla scomparsa e distruzione delle altre prove fondamentali per la soluzione del caso, ma non è l’unica.

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Tra le prime stranezze, in ordine cronologico, c’è proprio la modalità d’agguato. Quello di Valerio è un caso unico nella storia degli omicidi politici italiani: solitamente gli agguati avvenivano, infatti, in strada nei punti di ritrovo della propria gente, in questo caso gli assalitori lo aspettarono in casa aggredendo prima i genitori e chiudendoli nella loro camera da letto, lasciando quindi dei testimoni oculari. Seconda particolarità è proprio l’arma abbandonata sulla scena del crimine, quella calibro 7.65 con il silenziatore, che a Roma era il marchio di fabbrica dell’estrema destra. Arma perfettamente identica a quella che due anni prima uccise a Milano Fausto e Iaio, ma coincidenza sulla quale la Questura non indagò per nulla, nonostante quell’omicidio fosse stato ugualmente rivendicato da una cellula facente riferimento ai Nar. Nel 1997 (ben diciassette anni dopo!), il giudice milanese Mario Salvini fu il primo a collegare i due omicidi tra loro ma, quando richiese la pistola persa in casa Verbano per sottoporla a perizia essa risultò misteriosamente scomparsa.

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Gli errori commessi negli anni portarono alla chiusura, nel 1989, dell’istruttoria con la certezza che l’area in cui cercare i colpevoli fosse quella dell’estremismo di destra, ma con la consapevolezza per il giudice D’Angelo di non poterne individuare l’identità, e questo nonostante negli anni ci fossero state diverse testimonianze che indicavano la pista da seguire:

– 1981: nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna, Laura Lauricella (compagna di Egidio Giuliani, personaggio di spicco della destra romana) rivela che il silenziatore è stato prodotto da Giuliani e consegnato a Roberto Nisri (all’epoca dell’omicidio, detenuto da due mesi); entrambi chiesero un confronto con la Lunicella, ma ciò fu sempre negato.

– 1982: Walter Sordi, ex terrorista dei Nar, riportò alcune confidenze fattegli da Pasquale Belsito ( anch’egli dei Nar) indicanti come esecutori dell’omicidio i fratelli Claudio e Stefano Bracci e Massimo Carminati; sia Claudio Bracci (interrogato una sola volta) che Massimo Carminati smentirono le accuse e, addirittura, dichiararono di non conoscere lo stesso Belsito.

– Angelo Izzo (autore del massacro del Circeo e del duplice omicidio, nel 2005, di Maria Carmela Linciano e della figlia Valentina Maiorano) affermò invece: “Ciavardini mi disse che l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Opposizione, mi disse che il mandante era sicuramente Nanni De Angelis. Per quanto riguarda gli esecutori mi disse che sicuramente si trattava di componenti del gruppo di Fabrizio Zani. Solo un pasticcione come Zani poteva perdere la pistola durante la colluttazione con Verbano”; anche questa pista, come le precedenti, non trovò alcun riscontro portando conseguentemente alla chiusura del caso senza l’individuazione di nessun colpevole.

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Pochi anni fa, nel febbraio 2011, la Procura della Repubblica di Roma ha confermato la riapertura delle indagini, con l’iscrizione di due nomi nel registro degli indagati; questi sarebbero due militanti dell’estrema destra romana, sconosciuti alle cronache del tempo. Il condizionale è d’obbligo anche per quanto riguarda il movente dell’omicidio stesso, che dovrebbe riguardare la vendetta tra contrapposti schieramenti politici. Questa nuova inchiesta non ha ancora portato alcun risultato e purtroppo chi ha combattuto più di tutti per scoprire la verità, la madre Carla, è morta nel 2012 senza sapere chi le avesse ucciso il figlio.

Andrea Tagliaferri

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