Il rapporto Chruscev

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Sessantadue anni fa, il ventitré febbraio 1956, durante il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica il segretario Nikita Chruscev denunciava per la prima volta l’operato e i crimini di Stalin, dando il via al processo di destalinizzazione.

La mattina del 6 marzo 1953 le edicole vennero prese d’assalto; i giornali di tutto il mondo titolavano a grandi lettere la notizia che già circolava da giorni, dalle buie birrerie della Germania Est ai frenetici fast food americani: “Stalin è morto”. “Alle 21,50 di ieri sera è morto a Mosca il compagno Giuseppe Stalin. I comunisti e i lavoratori italiani, in quest’ora del più grave dolore, inchinano le loro bandiere dinanzi al Capo dei lavoratori di tutto il mondo, al difensore della pace, al costruttore della società socialista, all’Uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso del genere umano”, scriveva «l’Unità». Palmiro Togliatti, segretario del PCI, alla Camera lo definì “un gigante del pensiero, un gigante dell’azione. Col suo nome verrà chiamato un secolo intero, il più drammatico forse, certo il più denso di eventi decisivi della storia gloriosa e faticosa del genere umano”.

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Stalin morì a settantatré anni, colpito da una emorragia cerebrale nella sua dacia di Kuncevo, facendo sprofondare l’immenso Paese sovietico in un clima di profonda incertezza. Aveva guidato il più grande partito comunista del mondo per trentuno anni, in modo dispotico e senza scrupoli. Lenin, poco prima di morire, lo definì un uomo “rozzo, violento e incline al potere”. Nelle sue memorie, Winston Churchill raccontò un fatto curioso, avvenuto quando i cosiddetti tre grandi si incontrarono a Jalta: “Roosevelt andava a letto presto, mentre io e Stalin restavamo alzati fino a tardi gareggiando a chi bevesse più vodka. Sulle nostre conversazioni notturne tenevo un diario, ma una volta alzammo talmente il gomito che la mattina seguente non ricordavo più nulla. Chiesi il permesso a Stalin, annebbiato a sua volta, d’interrogare l’interprete. E lui: impossibile, l’ho già fatto fucilare stamattina alle sei”.

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Il suo corpo fu imbalsamato, vestito in uniforme ed esposto presso la Sala delle Colonne della Casa dei Soviet, dove era già esposta la salma di Lenin. Al funerale parteciparono un milione di persone, le quali resero l’ultimo omaggio al leader comunista per tre giorni e tre notti. Almeno cinquecento persone morirono, schiacciate dalla folla desiderosa di dare l’ultimo saluto al capo rivoluzionario. La pesante eredità venne raccolta da Georgij Malenkov, per poi passare nel settembre dello stesso anno nelle mani di Nikita Chruscev; il Paese cambiava e dopo trent’anni passati in un clima da caserma, i russi speravano in una nuova politica distensiva che in parte il nuovo segretario operò: venne concessa un’amnistia, vennero riabilitati i medici ebrei arrestati da Stalin nel ’51, accusati di ordire un complotto contro di esso, e il termine stesso “staliniano” venne eliminato dal dizionario ufficiale della lingua russa. La destalinizzazione, la graduale distruzione del culto di Stalin era cominciata e trovò il suo compimento durante il XX congresso del partito comunista sovietico.

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I lavori ebbero inizio il 14 febbraio ’56, a Mosca, e vi parteciparono i leader dei principali partiti comunisti. Togliatti, segretario di quello italiano, faceva parte della presidenza e, data l’ammirazione che aveva sempre nutrito per Stalin, non avrebbe potuto immaginare di dover assistere a quello che fu il “rapporto Chruscev”. Il testo fu letto dal segretario ai soli sovietici e fu, secondo i delegati stranieri, interminabile. Il lungo rapporto era composto da una requisitoria estrema nei confronti di Stalin, del suo operato e dei suoi crimini, partendo da quelli commessi già dal lontano ’24. Venivano raccontati i dissidi tra Lenin e Stalin con documenti inediti, venne violentemente attaccato il culto della personalità che il leader sovietico aveva costruito con la propaganda e veniva accusato il clima di terrore nel quale aveva fatto vivere il Paese. Chruscev riportò che su 139 membri del Comitato centrale del partito eletti nel ’34, 88 furono arrestati e fucilati. Stalin, considerato un Messia quando ancóra era in vita, venne presto dimenticato e bastarono tre anni per riuscire a seppellire il suo culto. “Era intollerabile ed estraneo allo spirito del marxismo-leninismo esaltare una figura e farne un superuomo dotato di qualità soprannaturali al pari di un dio”, aggiunse Chruscev tra gli applausi dei russi; anche se, il grande monumento che ricorda Stalin nella sua città natale, Gori, è ancora al suo posto.

Stefano Poma

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