Le Idi di marzo e il cesaricidio

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Al tramonto del primo millennio avanti Cristo la situazione a Roma precipitava: il grano scarseggiava, le grandi opere pubbliche venivano lasciate a metà e immensi cumuli di macerie e rifiuti arginavano le strade, mentre i romani vagabondavano tra vespasiani puzzolenti e sudice meretrici ricoperte di pulci. La corruzione e gli intrighi dilagavano: i vecchi conservatori, ormai poco interessati al bene comune e alla Repubblica, avevano portato l’impero alla guerra civile. A loro, capeggiati da Pompeo, si opponeva un uomo alto, grassottello e dalla pelle chiara; sotto la pelata mostrava due grandi e vivi occhi neri, quasi ipnotici, i quali riscontravano un enorme successo, specie sulle donne. Ne sposò quattro e non fu mai fedele a nessuna di esse, tanto che i suoi soldati lo chiamavano “l’adultero calvo” e, quando veniva portato in trionfo per le vie di Roma, i suoi uomini gridavano: “Ehi, uomini, chiudete in casa le vostre mogli. È tornato il seduttore zuccapelata!”. Il suo nome era Giulio Cesare.

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Cesare, a capo di un esercito composto da seimila uomini, il 10 gennaio del 49 si trovava sulla linea di un piccolo fiume a 320 chilometri a nord di Roma, che scorre nella provincia di Forlì-Cesena. Mentre attraversavano quel fiume, chiamato Rubicone, Cesare pronunciò la famosa frase Alea iacta est, “Il dado è tratto”, pronto a combattere l’esercito di Pompeo, composto da sessantamila soldati. Tuttavia Cesare, sul suo cammino, non trovò resistenza. “Le città si aprono dinanzi a lui e lo salutano come un dio”, scrisse Cicerone. Cesare entrò a Roma il 16 marzo e i conservatori, dopo aver abbandonato la città, organizzarono la riscossa costituendo tre eserciti: Pompeo, con l’aiuto di Catone, inviò delle legioni in Albania, in Sicilia e in Spagna, con la speranza che questo blocco facesse capitolare Cesare e l’Italia per la fame.

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L’esercito di Cesare partì per la Spagna, conquistandola. Tornò a Roma, questa volta da vero vincitore, prendendo il titolo di console. Sconfisse gli altri due eserciti e prese il pieno controllo dell’Urbe, cancellò tutti i debiti e rimise ordine dove prima vi era il caos. Rese più trasparenti i lavori del Senato, inventando il primo giornale, l’Acta diurna, il quale veniva quotidianamente affisso sui muri per informare i cittadini romani su ciò che facevano i loro governanti. Ma la vecchia aristocrazia romana, i vecchi conservatori, guardavano più ai propri interessi che a quelli della Repubblica e arrivò fatale la giornata delle idi di marzo dell’anno 44. Diverse premonizioni, da qualche mese, avevano annunciato quello che poi realmente avvenne quel 15 marzo, l’assassinio di Cesare.

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Mentre a Capua venivano demolite alcune antiche tombe, in un sepolcro venne trovata una tavoletta di bronzo nella quale si diceva che vi era sepolto Capi, fondatore di quella città. Sulla tavoletta c’era scritto: “Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo morirà per mano di consanguinei”. Nei giorni seguenti, i cavalli coi quali Cesare attraversò il Rubicone smisero di nutrirsi, piangendo continuamente. La notte prima delle idi, Cesare sognò di volare stringendo la mano di Giove, mentre la moglie, Calpurnia, sognò il crollo della loro casa e che il marito moriva tra le sue braccia. Si svegliarono di soprassalto e in quel momento le porte della loro camera da letto si aprirono da sole. Indeciso se recarsi in Senato dopo aver assistito a tutti questi spaventosi presagi fu convinto da Decimo Bruto, che faceva parte della congiura, a non mancare a quella seduta.

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Appena uscito per strada, un chiromante gli gridò di stare attento agli idi di marzo. “Ci siamo già”, rispose Cesare, divertito. “Ma non sono ancora passati”, gli rispose quello strano ometto mentre agitava le sue piccole braccia. I congiurati l’attendevano in aula. Uno di loro, pentito, tentò di avvertire Cesare del pericolo, passandogli un bigliettino nel quale gli rivelava il tradimento. Ma Cesare non lo lesse e appena entrò in Senato i congiurati lo circondarono, brandendo ciascuno il proprio pugnale. Il primo a colpirlo fu Bruto, suo figlio, il quale odiava il padre per essere appunto tale. “Anche tu, figlio mio?”, gli chiese prima di cadere ai piedi della statua di Pompeo, il suo grande antagonista, e che lui stesso aveva fatto installare lì, tentando di comprare, a torto, la fedeltà dei propri nemici.

Stefano Poma

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