Palermo – Londra, sola andata

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Non è più come un tempo. Tutto è diverso. La mia città è diversa. Sono una dei tantissimi giovani che hanno lasciato Palermo nel 2010, per rincorrere i propri sogni in una città diversa. Niente più mi motivava a rimanere, e prima che fosse troppo tardi, prima che quella scarica di adrenalina e quella buona dose di coraggio che mi passava per le vene si spegnessero per lasciarmi arrendere alla routine quotidiana del nulla, così come era capitato a tanti altri miei coetanei, decisi di fare le valigie e partire per Londra. Carpe diem si dice! O adesso o mai più. A Londra ti ci vuole un po’ per abituarti. Ma forse è così un po’ ovunque; colui che arriva in un’altra città, sin dall’inizio, forse un po’ per principio naturale di inerzia, forse per paura di annegare in pieno oceano, comincia ad odiarla. Di conseguenza, si comincia ad odiare se stessi per aver lasciato la propria base, la propria sicurezza. Per non svegliarsi più col profumo di casa, di famiglia, con l’odore delle prelibatezze della propria terra. Ci si odia per aver preso quella tosta decisione. Ci si ritrova di getto in una realtà nuova, sconosciuta, fredda. Ricordo ancora i primi giorni a Londra, in cui mi alzavo di buon’ora senza sapere dove andare, ma con una dose massiccia di curricula da lasciare in giro che pesava nel mio zaino quanto il peso della responsabilità. Avevo lottato a denti stretti perché i miei mi concedessero questa grande possibilità, cosa non facile soprattutto quando sei una ragazza, e pure del sud. Ma avevo bisogno della loro fiducia, e mi ci vollero mesi e mesi per strappare ai miei quel “Sì!”.

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Quel “Sì!” significava fiducia, speranza, e non potevo giocarmelo senza riuscire a concludere nulla. Non volevo partire e ritornare dopo una settimana o due, così come succede a tanti ragazzi. Per di più, non potevo permettermi di sperperare quei pochi risparmi che avevo messo da parte lavorando per alcuni mesi come venditrice a Palermo. Mio padre mi aveva dato tre settimane di tempo massimo, per cui se non fossi riuscita a trovare nulla, sarei dovuta tornare a casa. Mi risparmio di elencare tutte le energie e la fatica impiegate nei primi giorni per trovare un lavoro. Tuttavia, energie spese bene: dopo una settimana nel suolo britannico, trovai lavoro in una libreria che mi pagava cash in hand, ovvero lavoro in nero senza contratto. La retribuzione era bassissima e detratti i soldi dell’affitto che pagavo per quella piccola stanza triste e cupa, finii per campare con poco più di 80 sterline al mese che mi sarebbero servite per il cibo. Mi ritrovai messa alle strette, tra gli stenti. Non avevo neanche i soldi per un eventuale biglietto di ritorno, per cui avevo solo una possibilità: restare nel grande oceano e imparare a nuotarvi dentro. I risparmi finivano, e il mio datore di lavoro in libreria non si era rivelato puntuale nei pagamenti.

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L’aspetto economico andava a rotoli, mi mancava casa, mi mancava la mia famiglia, e sotto quella perenne coltre di nubi cominciava a mancarmi irrimediabilmente il cielo, il sole, il calore della mia terra sicula. Ciononostante ero orgogliosa, e non volevo chiedere nulla ai miei genitori, che non navigavano nell’oro. Così ogni sera alla domanda: “Come va? Come ti trovi? Ti serve aiuto?”, rispondevo simulando entusiasmo e mentivo circa la mia reale situazione economica e lavorativa. Non volevo sentirmi dire “Torna indietro!”, perché sapevo che in famiglia non mi avrebbero dato una seconda opportunità. Rispondevo che andava tutto benissimo, che amavo la nuova città, che non mi mancava nulla. Poi, messo giù il telefono, mi tuffavo in un pozzo di lacrime. Ebbene sono passati cinque anni da quei giorni. Londra sarebbe poi diventata la mia città. Oggi ho un impiego a tempo indeterminato all’aeroporto di Heathrow. Ho un ottimo lavoro per una famosa compagnia italiana, pagato circa il quadruplo di quello che prenderei in Sicilia. Vivo in un appartamento molto spazioso e moderno, che condivido con mia sorella (compagna di avventure); studio all’Università che ho ripreso molto tempo dopo il mio trasferimento, e viaggio a più non posso nel tempo libero. Le regole, la disciplina, il costante bisogno di apparire civili e rispettosi che gli inglesi ostentano attenendosi ad ogni norma, cosa che all’inizio percepivo come poca flessibilità mentale, fanno ormai parte di me. Il costante controllo dell’orologio, la precisione, la puntualità, e la considerazione della preziosità di ogni singolo minuto di tempo propri della cultura inglese, in quanto “Time is money”, fanno ora parte del mio modo di vedere la vita. Il doversi immediatamente scusare dopo aver urtato qualcuno, anticipare il “Per favore” ad ogni richiesta, che sia fatta al cameriere, al tabaccaio, o al proprio capo, fa parte del mio modo di pormi ad ogni circostanza. Il perenne bisogno di fare progetti, di non vivere alla giornata ma di pianificarla da mattina a sera nel migliore dei modi, mi rende ormai quel senso di sicurezza e di organizzazione che mi dà la sensazione di impiegare bene il mio tempo. Sapere a quale esatto minuto passerà il mio bus o il mio treno, e notare che quasi sempre non aspetto alla fermata più di cinque minuti, mi dà la percezione che il mio tempo sia considerato importante da questa società.

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E, quando dico “Non è più come un tempo”, lo dico perché tornare a Palermo e vedere certe cose che cinque anni fa mi sembravano normali, mi angoscia profondamente. Mi angoscia vedere la gente che ti spintona per strada senza chiederti scusa; mi angoscia la persona che mentre stai facendo la fila dal tabaccaio si crede furba e ti vuole superare; mi angoscia sentire gente che si rivolge al barista senza neanche un “per favore”; stare in un luogo pubblico e vedere gente che parla al telefono letteralmente gridando; sbrigare una pratica presso un ente pubblico e vederli prendersi il caffè mentre tu sei lì ad aspettare la loro assistenza, spesso sentendosi poi dire “torni domani”; vedere soggetti sui bus che ascoltano musica a tutto volume senza che l’autista li faccia scendere; aspettare quarantacinque minuti alla fermata del bus, e ritrovarsi per tutta la corsa qualcuno che ti fissa incessantemente, anziché fissare un libro.

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Ma non sono soltanto queste pessime abitudini a darti quel senso di profonda mestizia: ripassare per le strade che percorrevi da bambina e vedere tutte le saracinesche abbassate. Tutti i negozi in cui andavi a fare compere con tua mamma, adesso chiusi per via della crisi economica. Rivedere i vecchi compagni di scuola o di università ancora disoccupati, o precari. Accontentatisi di quell’impiego non desiderato ma necessario, in una società in cui non puoi più permetterti di sognare, o di avere ambizioni. In ogni caso felici di aver trovato un lavoro, poco importa che sia instabile o malpagato. La tristezza del veder tutto fermo, immobile, sotto l’insegna della nuova filosofia da crisi economica: “meglio che niente”. Il bisogno di accontentarsi che soppianta l’ambizione. Ecco, quel senso di frustrazione e delusione di cui tutti parlano quando tornano a casa è generato dalla somma di ognuno di questi piccoli dettagli di cui purtroppo non ci si accorge di quanto male facciano finché non si vive lontano per un po’. Eppure forse non tutto è diverso. Forse siamo solo noi, italiani emigrati all’estero ad esserlo. Forse, a turbarci, è proprio questo senso di mestizia generato dalla consapevolezza che in fin dei conti, nonostante gli anni passino, a casa nostra tutto resta sempre aridamente uguale.

Mary Renna

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