La democrazia deliberativa: confronto con Rodolfo Lewansky

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Chi vive in un Paese democratico collega facilmente la concezione di democrazia a quella di rappresentanza. Quest’ultima, però, è una costruzione sociale attuata alla fine del XVIII secolo per governare società numerose e affidare il potere a persone competenti. Considerato che tale costruzione è in crisi, diversi studiosi si chiedono quali siano i metodi per riportarla in salute. In questo senso, in Comunità e potere il filosofo John Dewey afferma che “i mali della democrazia si curano con più democrazia” e indica “la necessità di tornare all’idea” di questo sistema di governo, ossia di curare i principi su cui la democrazia si basa. Il professor Rodolfo Lewanski si ispira alla suggestione di Dewey e si occupa di democrazia deliberativa, un tipo di democrazia che prevede che le decisioni politiche siano prese dai cittadini. È chiaramente impossibile che tutti i cittadini decidano, perciò la democrazia deliberativa si serve di diverse forme di coinvolgimento (ad esempio il campionamento statistico). Ogni questione politica, inoltre, è specifica: per questo motivo la deliberazione propone esperti che spiegano i temi su cui successivamente i cittadini decidono; il rischio che gli esperti spieghino col secondo fine di dirigere le decisioni verso interessi esclusivamente personali è forte, ma forse può essere ridotto mirando all’“intelligenza sociale” di cui parleremo più avanti.

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Nei processi deliberativi è altrettanto forte la difficoltà relazionale: in questo senso, la figura del facilitatore è utile a costruire un dialogo quanto più inclusivo ed efficace. Rodolfo Lewanski parla approfonditamente di democrazia deliberativa in questo video e ne La Prossima Democrazia, libro scaricabile gratuitamente da qui. Dopo aver guardato il video e letto il libro, ho incontrato il docente e gli ho proposto i miei dubbi sul tema di sua competenza. Nel suo studio al Dipartimento di Scienza Politica dell’Università di Bologna gli ho ricordato che, soprattutto dalla nascita della Seconda Repubblica, è in corso un processo di personalizzazione della politica italiana: tale processo porta gli elettori a non votare più sulla base dell’appartenenza ideologica o partitica, ma secondo le personalità dei candidati. Come può l’estensione del potere prevista dalla democrazia deliberativa inserirsi in questa cornice? Il professor Lewanski crede che, parallelamente alla personalizzazione della politica, sia in atto un processo di affidamento del potere a élites come le organizzazioni intergovernative, le multinazionali e le aziende informatiche; questo processo genera sfiducia nei confronti della politica, poiché la allontana dalle necessità e dai desideri delle persone. Proprio la sfiducia può spingere i politici a capire che la migliore direzione è quella contraria all’andamento corrente e a orientarsi verso dinamiche deliberative. In questo senso sono state organizzate molte esperienze in diverse parti del mondo: dal bilancio partecipativo del comune toscano di Cascina al referendum riguardante l’introduzione dei matrimoni omosessuali in Irlanda. La saltuarietà d’iniziative come queste, però, non è sufficiente. Per beneficiare profondamente della deliberazione è necessaria la continuità, sia da parte del politico che ha dato il via ai processi deliberativi sia incitando altri politici a realizzarli nelle loro realtà di riferimento.

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Oltre ai processi di cui sopra, un intralcio alla democrazia deliberativa è costituito da posizioni ideologiche radicali come quella della politologa Chantal Mouffe. Ne La Prossima Democrazia Rodolfo Lewanski afferma che tali posizioni ritengono “ineliminabili gli aspetti di antagonismo e di dominazione nella società capitalista” e “mettono in discussione la possibilità stessa di una deliberazione utile e significativa”. Durante la nostra conversazione, il docente ha aggiunto che intellettuali come Mouffe basano le proprie considerazioni su un assunto sbagliato, ossia che il conflitto sociale sia un ostacolo. L’erroneità dell’assunto è palese se si considerano le riflessioni di Marianella Sclavi: la sociologa ha affermato spesso che i conflitti fanno emergere la diversità di punti di vista sullo stesso tema; altrettanto spesso ha proposto metodologie per valorizzare tale diversità e giungere a soluzioni che soddisfino il maggior numero di persone. La deliberazione porta queste riflessioni nell’ottica della cosiddetta “intelligenza sociale”, cioè, parafrasando gli studiosi Alison Kadlec e Will Friedman, la capacità di osservare la realtà e intravedere le conseguenze delle proprie azioni anche sugli altri. In questo senso, maggiore è la molteplicità di punti di vista maggiore è la possibilità di costruire società composte di individui consapevoli. Si può ipotizzare, perciò, che la manipolazione da parte degli esperti di cui abbiamo parlato nel secondo paragrafo diventi innocua.

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Le scelte politiche, però, non sono l’unica spinta allo sviluppo sociale. Ne Il lavoro dopo il Novecento. Da produttori ad attori sociali, Antonio Floridia scrive che il luogo di lavoro è uno dei due “pilastri su cui edificare una democrazia e una società partecipativa” (per completezza, l’altro è la comunità locale). Durante il nostro confronto, il professor Lewanski ha aggiunto che “se non c’è democrazia nel luogo in cui ogni giorno trascorriamo molte ore, è difficile che ci sia quando usciamo da esso”. La deliberazione, quindi, può essere praticata in diversi contesti sociali, così da avvicinarci progressivamente a un modello di società in cui le persone abbiano a cuore sia lo sviluppo individuale sia lo sviluppo collettivo.

Stefano Cazzaro

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1 Comment

  1. Articolo molto interessante ma che non rispetta l’incipit che ne segna l’avvio, il pensiero J. Dewey, poichè subito dopo vira verso questioni tecniche ritenute essenziali per il funzionamento del sistema democratico. Secondo J. Dewey è l’educazione il vero motore della democrazia (cfr. Democrazia e educazione) ovvero ciò che la differenzia dal totalitarismo e da tutte le altre forme di governo possibile. La democrazia infatti è un sistema politico impegnativo, proprio perchè partecipativo e non dogmatico; richiede ai cittadini di interessarsi alla cosa pubblica, di decidere, di valutare, ecc., tutte attività che implicano un elevato grado di educazione e di istruzione. D’altro canto l’educazione è tale solo se si realizza in un contesto democratico, altrimenti è addestramento come avviene nei sistemi totalitari o confessionali. I due concetti sono pertanto inseparabili, se non si presentano insieme non si realizzano compiutamente.

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