La donna e il sesso nell’antichità: la prostituzione sacra

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Prima della scomparsa delle culture matriarcali e la degradazione della sessualità instaurata così dal patriarcato, le sacerdotesse della Dea frequentemente erano insegnanti di amore e di sesso; le antiche culture spesso credevano che la via verso la divinità  fosse attraverso la donna. Da qui la pratica della prostituzione sacra. La prostituzione sacra è  tipica delle civiltà antiche soprattutto medio-orientali (babilonesi, fenici e assiri). L’origine va ricercata nell’impulso di immagazzinare l’energia vitale: nel tempio il sacerdote, o anche il fedele stesso, si univano carnalmente alla sacerdotessa, celebrando con la loro unione un rito inneggiante alla dea dell’amore per propiziare la fertilità delle donne della comunità e la prosperità economica della comunità stessa. I riti di accoppiamento sacro venivano celebrati di solito dietro versamento di un obolo: le prostitute, dette ierodule, non si arricchivano poiché tutto quanto veniva offerto era accumulato come tesoro del tempio.

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In Babilonia queste donne abitavano in un quartiere isolato adiacente al tempio detto gagum; si chiamavano qadishtu (in accadico) o zērmasītu (in assiro), ma avevano anche il nome sumerico, mugig, perché menzioni nell’epopea di Gilgamesh hanno portato a ipotizzare a un’origine sumera. In India la pratica sorse verso il IX/X sec. d.C. Le donne addette ai templi erano considerate spose di un dio; abitavano nel recinto sacro, svolgevano servizi di vario genere per la manutenzione del tempio. Il loro nome variava secondo le regioni (dēvadāsī «schiave degli dei»; bhavīn «donne graziose» ecc.). Sotto influsso orientale, la pratica attecchì anche in certi culti greci e romani. Nel santuario di Afrodite a Corinto ben 1000 ierodule svolgevano le loro funzioni, e simile era l’organizzazione  nel santuario di Venere a Erice, in Sicilia. La prostituzione sacra è menzionata anche nella Bibbia (Deuteronomio 23, 18-19), dove viene stabilito il divieto per gli uomini e le donne di Israele di prendere parte a tale pratica. Poiché le prostitute occupavano una posizione significativa nel paganesimo, i Cristiani svilirono la loro professione. Gli uomini di chiesa non volevano eliminare completamente la prostituzione, solo amputarne i  significati spirituali.

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Una descrizione dettagliata delle modalità è riferita da Erodoto a proposito degli usi babilonesi: “La donna deve andare nel santuario di Afrodite una volta nella vita ed unirsi ad un estraneo (…) Nel santuario di Afrodite si mettono sedute molte donne con una corona di corda intorno al capo; le une vengono, le altre vanno. Gli estranei scelgono. Quando una donna è giunta lì può tornare a casa solo quando uno degli estranei le getta in grembo del denaro e si sia unito a lei fuori del tempio. Gettando il denaro egli deve dire queste parole: “Io invoco la Dea Militta”. Gli Assiri chiamano infatti Militta Afrodite (…) La donna segue il primo che le abbia gettato del denaro e non lo respinge (…) Quelle che sono belle di aspetto presto se ne vanno, mentre quelle che sono brutte rimangono per molto tempo, non potendo soddisfare la legge; e alcune tra loro rimangono anche per un periodo di due tre o quattro anni. Anche in alcune città di Cipro c’è un’usanza simile a questa”. Nelle religioni pagane c’erano rituali che prevedevano matrimoni sacri celebrati nei templi, orge sacre che propiziavano la fertilità dei campi, riti iniziatici e culti misterici a sfondo erotico. Queste cerimonie religiose erano il retaggio delle epoche preistoriche, nelle quali si praticava il culto della Grande Dea. Con l’avvento di forme sociali più complesse, le divinità maschili si manifestano con caratteri eroici e guerrieri e quelle femminili assumono caratteri erotici più spiccati: si introducono così elementi di forte differenziazione sessuale.

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Con l’inizio dei tempi storici gli antichi culti della fertilità tendono a essere istituzionalizzati e si configurano nella forma della prostituzione rituale, la cui funzione era di invocare l’aiuto degli dèi per assicurare la fertilità della terra, degli uomini e degli animali. Le donne che si offrivano al culto della prostituzione sacra potevano essere donne libere che occasionalmente si prestavano a questi riti, oppure vere e proprie sacerdotesse che svolgevano quest’attività in maniera continuativa. Nelle fasi più antiche sembra che l’esercizio della prostituzione sacra fosse legato a momenti di carestia o di pestilenza, e questo induce a vedere in questo culto una funzione civilizzatrice che mitigava le più primitive pratiche del sacrificio umano. I culti monoteistici ebraici, cristiani e musulmani, avversarono e censurarono la prostituzione rituale, poiché era intollerabile legare la sfera della sessualità ai culti sacri. Esisteva anche la forma della prostituzione apotropaica che poteva essere praticata dalle ragazze che, prima di sposarsi, consacravano la propria verginità agli estranei per scacciare magicamente i pericoli della vita coniugale, e per raccogliere la dote necessaria al matrimonio. C’era alla base anche la convinzione che la deflorazione fosse un atto pericoloso che comportava rischi di contaminazione e perciò non doveva essere compiuta dal marito.

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Cristiano Panzetti dedica uno studio alla prostituzione rituale nell’Italia antica dove i levantini diffusero l’usanza della prostituzione sacra soprattutto nell’ambiente della Magna Grecia. I celebri rilievi del “Trono Ludovisi” sembrano, secondo Panzetti, provenire dalle colonie greche, e alludono al rito della nascita di Venere dalle acque. I racconti popolari calabresi sulla “bella dei sette veli” sembrano legati alla celebre danza dei sette veli che le sacerdotesse eseguivano in onore di Astarte. Il santuario etrusco di Pyrgi è un esempio famoso. Il tempio era consacrato alla fenicia Astarte, associata all’etrusca Uni. A Pyrgi prestavano servizio una ventina di sacerdotesse dedite alla prostituzione sacra, e il santuario accumulò enormi ricchezze. Nel 384 a.C. fu saccheggiato dai Greci di Siracusa, guidati da Dionisio I. Walker offre un quadro completo sulla reale importanza delle ierodule. “Le antiche prostitute spesso avevano un alto stato sociale ed erano riverite per la loro istruzione. Come personificazioni della Regina del Cielo, in Palestina era chiamata Quadeshet, la Grande Prostituta. Le prostitute erano onorate come regine in centri di apprendimento in Grecia ed Asia Minore. Alcune divennero persino regine. L’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, iniziò la sua carriera come una prostituta del tempio. S. Elena, madre di Costantino, era una prostituta prima di diventare una imperatrice-santa… Le prostitute del tempio erano riverite come guaritrici dei malati. Si supponeva che le loro stesse secrezioni avessero virtù medicinali”.

Veronica Iorio

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