La storia della Protezione Civile

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La Protezione Civile, intesa come intervento per le popolazioni che soffrono, esiste da quando l’uomo ha strutturato la propria organizzazione in delle società complesse. Già nel 1287, gli statuti della città di Ferrara, prevedevano che i capifamiglia delle zone rurali tenessero pronti una vanga, un rastrello, una zappa e un badile per fronteggiare un’eventuale rottura degli argini del Po. Nel Diciottesimo secolo i governanti dell’Impero Austro-Ungarico diedero riconoscimento legale ai Brentani, i precursori dei nostri vigili del fuoco, e stabilirono che ogni cittadino dovesse possedere obbligatoriamente un recipiente di legno, detto brenta, il quale serviva a domare eventuali incendi. Erano molto importanti anche i Nottin, cittadini che pattugliavano le strade di notte per avvisare le popolazioni dell’esistenza di eventuali incendi e i Saltari, i quali svolgevano compiti da guardie campestri, con l’incarico di segnalare eventi calamitosi quali frane e piene di torrenti. Prima dell’Unità d’Italia, nel Regno delle due Sicilie esistevano delle norme molto importanti per quanto riguardava l’intervento dopo il terremoto. La norma prevedeva che dopo un sisma dovesse venire nominato un Commissario per gestire l’emergenza e soccorrere le persone coinvolte, il quale aveva poteri straordinari sopra tutti gli altri presidi, come tribunali, baroni, corti regie ed esercito. Questo Commissario venne nominato nel sisma del 1693 e del 1783. Norme antisismiche esistevano anche nello Stato Pontificio. A Ferrara, tra il 1570 e il 1574, vi furono scosse di terremoto e rimasero danneggiate il 40 percento delle abitazioni, oltre a quasi tutti i maggiori edifici pubblici e le chiese. Vedendo tutto ciò, l’architetto Pirro Ligorio costruì la prima casa antisismica, per limitare i danni che provoca il terremoto.

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I piemontesi, invece, erano molto efficienti riguardo il rischio idraulico ma non per i terremoti. Questo perché il Piemonte è una zona quasi asismica, come la Sardegna, dato che non vi sono fonti che ricordino eventi sismici nel passato. Dopo l’Unità d’Italia lo Statuto Albertino fu esteso in tutto il Paese. La nuova Costituzione non prevedeva nessuna legge sismica e di conseguenza furono abolite tutte le norme antisismiche degli altri Stati. Rimasero in vigore le norme per il rischio idraulico già presenti nello Statuto Albertino. Lo Stato considerava i cittadini come sudditi e non aveva nessun obbligo verso di loro in caso di emergenza. Le disposizioni dei provvedimenti a favore dei sinistrati erano state emanate con una legge sulla beneficienza pubblica. Fin dall’inizio della sua storia lo Stato italiano ha concepito la Protezione Civile essenzialmente come attività di “soccorso pubblico post disastro”, piuttosto che come risposta organica da parte del sistema Paese alle condizioni di rischio diffuso e costante del territorio. Per più di un secolo, dal 1870 fino al 1990, ci si è sempre limitati a organizzare gli interventi dopo l’evento, mentre espressioni come previsione e prevenzione sembravano non far parte del vocabolario normativo e istituzionale.

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Nell’estate del 1895 l’allora Primo Ministro Sidney Sonnino dichiarò: “In un paese come il nostro dove purtroppo disastri del genere, come terremoti, inondazioni, avvengono quasi a periodi regolari, sia qua sia là. Lo Stato non può supplire direttamente ai danni col danaro pubblico, che si strappa poi penosamente ai contribuenti; non può provvedere a tutte le disgrazie e le perdite che provengono da forza maggiore. Lo Stato si deve restringere ad alcuni casi: a dare insieme con le autorità locali i primi soccorsi in qualunque maniera, inviando sul luogo truppe, autorità, ed anche denaro. Poi può sovvenire alle classi più povere, aiutandole a riparare ai loro tuguri, ma non può sotto questa forma venire in aiuto alle classi borghesi”. Questa dichiarazione fa capire che già allora si era a conoscenza che tutto il Paese era interessato da una serie frequente di rischi, ma che purtroppo lo Stato non poteva supplire a tutto. Lo Stato liberale lasciava libero il cittadino, ma lo lasciava anche solo. Nell’Italia repubblicana ci furono gravi calamità: il Polesine nel 1951, il Vajont nel 1963, l’alluvione di Firenze nel 1966, Belice nel 1968, e i media cominciano a parlare sempre più di questi disastri. È importante ricordare che l’Italia nel dopoguerra era spaccata in due: il blocco filo comunista e il blocco anticomunista. In questo clima politico far passare una legge di difesa della popolazione da calamità naturali era pericoloso perché in quegli anni, nel resto del mondo, l’emanazione dello Stato di Emergenza si trasformava molto spesso in un Colpo di Stato.

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Il 6 maggio del 1976 un terribile terremoto causò in Friuli 976 morti e decine di migliaia di senza tetto. Fu nominato Zamberletti come Commissario straordinario. L’emergenza fu gestita in maniera efficace, poiché essendo il Friuli una regione di confine con la Jugoslavia, in quel periodo zona calda della Guerra Fredda, era schierato l’esercito, il quale riuscì a coordinare i soccorsi e fornire ricovero alla popolazione sfollata, con tende dove poter dormire e cibo. Vi era una discreta viabilità e fu importante la pro-attività della popolazione friulana, che fin da subito si diede da fare e partecipò alle operazioni di soccorso. Tra l’11 e il 15 settembre 1976 ci fu un’altra scossa, che distrusse le poche case fino a quel momento rimaste in piedi. Dopo questa scossa, il 18 settembre 1976 venne emanato il decreto-legge n.648: “Il commissario straordinario, può prendere, sentita la regione Friuli-Venezia Giulia, ogni iniziativa ed adottare, anche in deroga alle norme vigenti, ivi comprese le norme sulla contabilità generale dello Stato, e con il rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico, ogni provvedimento opportuno e necessario per il soccorso e l’assistenza alle popolazioni interessate e per gli interventi necessari per l’avvio della ripresa civile, amministrativa, sociale ed economica dei territori interessati”. Zamberletti, con questo decreto- legge, ebbe pieni poteri nel gestire l’emergenza.

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Il 23 novembre 1980 ci fu un altro terremoto in Campania-Basilicata (meglio conosciuto come terremoto dell’Irpinia), e anche per questo sisma fu nominato Zamberletti come Commissario straordinario. Purtroppo le cose non funzionarono bene come in Friuli e si ebbero 2735 morti, 8850 feriti e decine di migliaia di senza tetto. In Irpinia il problema più grave fu la mancanza di comunicazione. Le colonne mobili arrivarono ad Avellino ma il prefetto, non sapendo dove mandarle, lasciò fermi i soccorsi per due giorni. Per colpa di questo ritardo, molte persone persero la vita e fu una disfatta totale per lo Stato, il quale non fu capace di soccorrere i propri cittadini poiché non arrivarono gli aiuti necessari. Il prefetto di Avellino fu rimosso dal suo incarico.

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Dopo solo 2 mesi dal terremoto dell’Irpinia l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini costrinse i parlamentari a lavorare anche durante il periodo natalizio, per dar vita al regolamento attuativo del 6 febbraio. Il presidente Pertini chiamava tutti i giorni per essere aggiornato costantemente sull’iter della legge. Questo decreto disponeva che la Protezione Civile era un compito primario dello Stato. Qualche mese dopo, nel giugno 1981, a Vermicino, Alfredo Rampi, un bambino di soli 6 anni cadde in un pozzo artesiano e morì per una serie di errori tecnici. Il suo corpo venne recuperato dopo 31 giorni. Ci fu la diretta tv a livello nazionale e all’evento partecipò anche il presidente Pertini. Sarà proprio questo piccolo episodio di micro soccorso a cambiare la prospettiva culturale del Paese. Pertini, scosso da questo altro evento tragico, il secondo nel giro di 6 mesi, tornò a Roma e chiamò Zamberletti, affidandogli l’incarico di formare definitivamente la Protezione Civile.

Angelo Pisano

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