Lo sviluppo culturale nel regno visigoto

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La civiltà visigota, dal VI agli inizi dell’VIII secolo, si contraddistinse per il grande sviluppo culturale connotandosi come l’area geografica dell’Europa che, nel clima di generale decadenza degli stati romano-barbarici, conservò e perpetuò il sapere della cultura classica. Questa specificità è ben esplicata dalla politica dei sovrani visigoti, i quali s’impegnarono a formare una burocrazia in grado di trattare con quella imperiale, per la quale era imprescindibile la conoscenza se non del greco almeno del latino. Anche grazie ai rapporti divenuti meno tesi fra ariani e cattolici si rese possibile l’istituzione e la diffusione di scuole vescovili impartenti un’educazione di discreto livello, sia ai giovani destinati alla vita ecclesiastica sia a quanti erano destinati alla vita pubblica. In questi termini la proliferazione delle scuole ecclesiastiche nella Hispania, istituite nel II Concilio di Toledo (527), fu fondamentale per la formazione di grandi scrittori, compilatori e cronisti, tutti formati nella sfera della teologia e della cultura cristiana. L’esistenza di biblioteche in questo periodo è certa, in particolare la biblioteca di Augusta Emerita (Mérida) e della Siviglia isidoriana, le quali si configurarono come vere custodi della cultura classica in epoca visigota. Il recupero e la conservazione del sapere si concretizzavano anche attraverso l’iniziativa di vescovi come Braulio, della diocesi di Saragozza, che si mostra diligente collezionista di nuovi volumi per la sua biblioteca; o l’abate Donato, che a metà del VI secolo porterà con sé dall’Africa numerosi testi per il monastero servitano sito nella regione di Valencia.

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Se non conosciamo con esattezza il contenuto effettivo di questo corpus di testi, è certo che i libri circolavano e venivano riprodotti solo tra gli stessi vescovi e i chierici presenti nelle varie sedi sparse sul territorio, con la conseguenza che la maggior parte della popolazione era esclusa dall’accesso del sapere. In questi termini il rinvenimento di pizarras, supporti di ardesia e lavagna accoglienti iscrizioni, ascrivibili al VI-VII secolo, ci informano sia sui livelli di alfabetizzazione della società rurale visigota sia su aspetti specifici della vita quotidiana. Questi documenti, scritti in un latino altomedievale, registrano relazioni di pagamenti, conteggi e ripartizioni relative allo stoccaggio del grano, indicazioni relative a depositi di vestiario, scongiuri per la grandine, frammenti di abbecedario e altri testi di ambito religioso come salmi e frasi liturgiche. Durante la prima metà del VII secolo il regno visigoto è effettivamente caratterizzato da interventi di sostegno alla cultura, grazie al mecenatismo di sovrani illuminati, tra cui lo stesso Sisebuto. I regnanti, garantendo un elevato status sociale agli intellettuali, commissionavano agli stessi l’elaborazione di opere letterarie, come esemplificato da Isidoro di Siviglia (il vescovo metropolitano che per più di trent’anni esercitò quasi una sorta di tutela sulla Spagna visigota e sui suoi prìncipi nel primo terzo del VII secolo), autore del De natura rerum, commissionato dal sovrano Sisebuto stesso, e dell’Historia Gothorum, scritta su richiesta del successore Sisenando.

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Nella metà del VI secolo, sotto i regni di Leovigildo e Recaredo, l’impulso alla cultura fu attuato anche attraverso la sistematica costruzione e ricostruzione di chiese le quali, insieme alle scuoleepiscopali, rappresentavano i vitali centri di polarizzazione culturale e di lotta contro i residui del paganesimo e delle istanze anticattoliche. Effettivamente la costruzione stessa degli edifici ecclesiasticirappresenta di per sé, come afferma Arce, un fenomeno prettamente culturale. In questi termini la conservazione del patrimonio culturale antico e il riappropriarsi di conoscenze tecnico-artistiche non più reperibili localmente si concretizzavano anche attraverso la ricerca di architetti che provenivano dall’esterno dell’Hispania. È il caso, per esempio, della fondazione della città di Recopolis, di cui tuttavia non sappiamo quale fu l’impianto urbano e il modello urbanistico di riferimento. Molto probabilmente furono tecnici ed esperti portati espressamente da altri luoghi, forse dalla penisola italiana o da Costantinopoli, in grado comunque di rinnovare il sostrato culturale e artistico locale.

Fabrizio Sanna

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