Elogio di Ponzio Pilato

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La sera del 3 aprile dell’anno 33 colui che si era proclamato il Figlio dell’Uomo, il Messia, fece preparare, in una modesta casa sulle colline di Gerusalemme, un banchetto pasquale, quella che lui sapeva essere l’ultima cena. I suoi discepoli, gli apostoli, banchettavano adagiati su grandi tappeti ricoperti da colorati cuscini imbottiti di lana, passandosi di mano in mano il vino che traboccava da una pesante brocca di terracotta, mentre la brace rilasciava nell’aria un intenso odore di cedro. La pietanza principale era costituita, come da tradizione ebraica, da un giovane agnellino, cotto sul fuoco del camino. Uno dei dodici amici più intimi di Gesù, Giuda, aveva rivelato al Sinedrio, l’organo preposto alla gestione della giustizia, il luogo in cui si trovava quell’uomo che si riteneva il figlio di Dio, e che secondo le autorità intendeva provocare una sollevazione contro Roma. Durante la cena, Gesù informò gli apostoli che uno di loro lo stava tradendo: “Chi mangia il pane con me, tira una pedata contro di me. Perché uno di voi mi tradirà”. Giovanni, l’apostolo più vicino a Gesù gli domandò chi fosse costui. “Quello al quale darò questo pezzo di pane è lui”, rispose porgendolo a Giuda, aggiungendo: “Quello che vuoi fare, fallo presto”.

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Giuda, imbarazzato, lasciò la stanza. La compagnia, informata del tradimento dallo stesso Gesù, abbandonò Gerusalemme per dirigersi verso il giardino di Getsemani, dove Gesù amava passeggiare la sera. Camminava inquieto e osservava i suoi discepoli, mentre il placarsi dei cinguettii annunciava l’arrivo della notte. “Andiamo, il mio traditore si avvicina”, esclamò Gesù, mentre Giuda precedeva i gendarmi romani tenendo in alto una fiaccola. “Salute a te, maestro” gli disse mentre lo abbracciava. “Amico, perché mi tradisci con un bacio?”, replicò Gesù mentre veniva circondato e catturato dai soldati. Pietro sfoderò una spada, colpì uno dei gendarmi e gli staccò un orecchio. “Lascia stare! Rispetta il destino che mi determina la divinità”, gli ordinò Gesù ormai in stato d’arresto. Scortato dai soldati lasciò Getsemani, mentre le fiaccole proiettavano le loro alte ombre sugli alberi d’ulivo. Davanti al Sinedrio, che gli chiedeva se era realmente il figlio di Dio, rispose: “Sì, lo sono. E presto quest’uomo disprezzato lo vedrete rivestito di beatitudine ed elevato sopra le stelle”. Il sacerdote che lo interrogava, agitando le sue lunghe braccio gridò: “Egli ha bestemmiato Dio, che bisogno abbiamo di altre testimonianze? Egli merita la morte”. Giuda, dopo questa condanna, restituì i trenta denari che aveva ricevuto per tradire il suo maestro e si impiccò.

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Gesù fu consegnato nelle mani di Ponzio Pilato, il procuratore romano della Giudea. Pilato tentò fino all’ultimo di salvare Gesù, e quando i sacerdoti gli comunicarono la condanna a morte lo mandò a chiamare. Gli chiese se manteneva la sua posizione, se davvero avesse ancora intenzione, dopo quella condanna, di farsi passare per il re degli ebrei: “Allora ti spacci davvero per re, dato che parli del tuo regno?”. “Se vuoi chiamarlo così, sì”, rispose Gesù. Pilato lasciò la stanza, si rivolse ai sacerdoti e disse loro di non aver trovato nessuna colpa in quell’uomo, ma essi non rividero la sentenza. Si rivolse allora al principe di quella regione, Erode, sperando nella sua clemenza. Erode rivolse parecchie domande a Gesù, ma egli non parlò. Fu rispedito nuovamente a Pilato, il quale non sapeva più che fare. Decise di farlo flagellare per poi rimetterlo in libertà, ma gli ebrei, insoddisfatti di questa condanna, insistettero per la pena di morte. Ma era il giorno di Pasqua, ed era tradizione che il governatore mettesse in libertà un condannato. Pilato si fece portare un prigioniero di nome Barabba, accusato di aver commesso ruberie e omicidi, nella speranza che il popolo non desiderasse mettere in libertà un assassino. Ma il popolo decise chi liberare: Barabba. E a quel punto, seguendo le leggi dello Stato, Pilato condannò Gesù alla pena che il reato di empietà comportava: morte per crocifissione.

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Antonio Gramsci, in un articolo del 1917 intitolato “Elogio di Ponzio Pilato”, rivalutava la figura del procuratore, definendo il suo operato democratico, dato che esso, prima di decretare la sentenza, si appellò al popolo e a lui chiese un giudizio su Cristo. “Non è un elogio paradossale. È un giusto e necessario riconoscimento di meriti reali. Ponzio Pilato è la più gran vittima del cristianesimo, dell’odio religioso. Persuaso della innocenza di Gesù Cristo, ne ha tuttavia fatto eseguire dai legionari romani la condanna capitale. Pilato ha avuto solo la colpa di eseguire scrupolosamente il suo dovere, di rispettare le sue attribuzioni. La coscienza moderna dovrebbe esaltare Ponzio Pilato. Dopo la caduta della romanità la coscienza del giure si perdette”. “Era necessaria”, concluse Gramsci, “la riabilitazione di Ponzio Pilato. Quanto più apparirà nella sua vera luce di magistrato ossequiente della legge, di rivendicatore della sua indipendenza, di solo interprete autorizzato e responsabile del codice dello Stato, tanto più apparirà spregevole la canea dei farisei e dei pubblicani che stridono irosamente: sia crocifisso, sia crocifisso”. Marco evangelista, nel suo Vangelo, raccontò il momento nel quale Ponzio Pilato ebbe colloquio col popolo, mentre affacciato al balcone dei suoi uffici chiedeva consiglio: “Che volete adunque che io faccia di colui che voi chiamate il Re dei Giudei?” Ed essi gridarono: “Crocifiggilo!”. E Pilato disse loro: “Ma pure, che male vi ha fatto?”. Ed essi gridavano ancora più forte: “Crocifiggilo!”.

Stefano Poma

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