Il genocidio del Ruanda

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Il 6 Aprile del 1994 l’aereo del Presidente hutu del Ruanda, Juvénal Habyarimana, fu abbattuto presso l’aeroporto di Kigali. Nelle ore che seguirono l’attentato, la maggioranza hutu diede inizio allo sterminio della minoranza tutzi. Il Ruanda fu travolto da un’ondata di violenza. I cittadini del clan hutu iniziarono una vera e propria caccia all’uomo. Tutti parteciparono, nessun uomo, donna o bambino tutzi fu risparmiato. Per cento giorni un’inspiegabile follia omicida conquistò i cittadini ruandesi. Ogni ceto sociale fu spinto ad uccidere, ad inseguire e perseguitare qualsiasi persona appartenesse o sostenesse la fazione degli “scarafaggi”, come venivano chiamati. Per il massacro furono usate poco le armi da fuoco, soprattutto armi rudimentali e, in particolar modo, i machete.

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I peggiori crimini furono commessi nelle chiese dove i credenti Tutzi si rifugiarono convinti che i persecutori non avrebbero violato la sacralità della struttura religiosa; infatti, non violarono le porte, ma si divertirono a sterminarli lanciando granate attraverso le finestre per poi accanirsi su cadaveri e persone mutilate. Donne stuprate senza pietà per essere in seguito decapitate e gettate nelle fosse comuni. L’aspetto più macabro, probabilmente, fu che i bambini furono lasciati finire dalle suore che, per paura di finire come loro o per vocazione razzista, uccisero migliaia di innocenti senza batter ciglio.

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A testimoniare l’inaudita violenza di questo tragico evento, il dato secondo il quale, nei tre mesi della follia ruandese, vennero uccise una media di trecentotrentatre persone ogni ora; quasi cinque vite ogni minuto. Nessuno si oppose, nessuno cercò di aiutarli. Sembrava che qualche male arcano si fosse impossessato della popolazione hutu e nessuno riusciva a spiegare razionalmente il perché di tale gesto. In realtà, i responsabili della tragedia sono ben visibili ora che il tribunale Ad Hoc dell’ONU, dopo vent’anni, ha dato il via al processo contro i responsabili. Gli autori di questo massacro erano a lavoro da molto tempo con un piano capillare ed efficace; il fatto più sconcertante era che i responsabili ONU ne erano al corrente.

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Il sovraintendente Roméo Dallaire, comandante canadese dei caschi blu in Ruanda, mesi prima che iniziasse l’inferno, cercò invano di mettere al corrente gli organi superiori del pericolo; scrisse e riferì delle liste nere e degli arsenali segreti, chiese addirittura una task force per evitare l’escalation di violenza. Nulla da fare. In quel periodo, si tenevano le prime elezioni democratiche in Sud Africa, il simbolo della fine della segregazione razziale; il mondo non sembrava osservare altro. Il comandante Dallaire continuò a sollecitare la sede centrale di New York, per avvertire della minaccia e cercare un modo per prevenirla; dalla commissione per il mantenimento della pace, presieduta da Kofi Hannan (futuro Segretario Generale Onu), respinsero ogni richiesta di rinforzi e ogni avvertimento. Non vollero ammettere che in Ruanda esistessero minacce reali al mantenimento della pace e dei diritti umani.

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Anche i media, seppur con una tecnologia minore rispetto a quella odierna, avrebbero potuto agire in modo più efficace; lo scoop però erano sempre le elezioni sudafricane e, a parte qualche articolo d’opinione, non si spese una parola per la tragedia ruandese. Così, tra chi non vide e chi fece finta di non vedere, si consumò il più grande genocidio della storia dell’umanità dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il mondo si accorse della tragedia troppo tardi, perché volle esso stesso ignorarlo fino a quel momento; l’Onu tentò di rimediare con una task force francese in una missione di Peace-keeping, la quale aiutò solo i profughi hutu a fuggire dal Ruanda. Secondo una ricerca di Amnesty, i bambini che sono sopravvissuti al genocidio hanno assistito nella loro totalità ad episodi di violenza e quasi due terzi hanno visto mutilazioni e ricevuto minacce di morte. Oggi, a vent’anni dal genocidio, il processo contro i responsabili si è appena aperto, mentre gli hutu pentiti e i pochi tutzi sopravvissuti cercano di tornare alla vita di tutti i giorni, anche se la ferita rimane aperta; come impunita rimane la responsabilità dei dirigenti ONU, i quali vennero informati per tempo da fonti sicure e appartenenti all’organizzazione e che ignorarono senza alcuna spiegazione logica.

Gregory Marinucci

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