Caio Giulio Cesare, il dittatore sodomita e adultero

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Caio Giulio Cesare è uno degli uomini simbolo di Roma. Designato come il vero fondatore dell’impero romano senza essere mai imperatore, la sua fama sconfina spesso nel mito. È indubbio che egli fu un abilissimo stratega, un uomo di grande lungimiranza politica e militare, oltre che grande storiografo.  Svetonio lo descrive come “persona di alta statura, pelle chiara e tanto meticoloso nella cura del corpo che si faceva persino depilare”. Questa estrema vanità è evidente anche dalla sua reazione ad alcuni sfottò a proposito della sua calvizie precoce. Sempre Svetonio scrive che “non riuscì mai a consolarsi di essere calvo, angustiandosi eccessivamente per gli scherzi dei suoi detrattori”. Questo cruccio fisico provocava a Cesare non poche insicurezze, tanto da pettinarsi “portando avanti i capelli” per nascondere la calvizie. Gli straordinari privilegi che gli furono concessi, ovvero di portare la tunica e l’alloro del vincitore, pare fossero funzionali al disagio per il suo difetto fisico: con la corona di alloro infatti teneva ferma l’acconciatura che gli nascondeva l’alopecia.

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I suoi soldati cantavano durante il trionfo gallico: “Cittadini chiudete le vostre donne. Portiamo con noi un calvo adultero”. Questo verso di scherno, abituale dopo un trionfo per evitare che gli dèi provassero invidia per i mortali troppo glorificati abbattendo sui malcapitati la loro ira, oltre a testimoniare la già citata calvizie, è rivelatore di un’altra caratteristica di Cesare: il libertinaggio. Curione, in un suo discorso, lo chiama “marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti”, senza che questo offendesse Cesare che non si preoccupava di nascondere la sua bisessualità. Questo fatto non deve stupire. Il moderno concetto di omosessualità era sconosciuto nell’antica Roma dove l’identificazione sessuale non si basava sul sesso dell’amante, ma sul ruolo ricoperto durante il rapporto: se il ruolo era attivo, si associava alla virilità, e quindi allo status di vir, uomo, unica etichetta importante nelle gerarchie sociali romane, indipendentemente dal sesso del passivo. Le testimonianze in questo senso sono molteplici. Lucrezio nel De Rerum Natura descrive come piacere sublime il trasferire il proprio seme in un’altra persona “molto meglio in un ragazzo che in una donna”. Catullo dedica molti versi al giovane Giovenzio e anche i graffiti di Pompei mostrano eloquenti scene di sesso orale fra uomini. La fama di Cesare, per bocca dei suoi rivali, è quella di “sodomita e adultero”. Ebbe quattro mogli e innumerevoli amanti, tra cui Cleopatra, la bellissima regina d’Egitto da cui ebbe anche un figlio.

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Ma secondo le testimonianze di Cicerone, Cesare aveva “perduto il fiore della sua gioventù” nel letto di Nicomede IV Filopatore, re di Bitinia. Nonostante questo rapporto gli venisse rinfacciato dai suoi rivali a mo’ di insulto, in quanto sembrava che Cesare avesse ricoperto un ruolo passivo, non virile quindi, Cesare non sembrava crucciarsene come dell’essere calvo. Solo la calvizie, infatti, tentava di nascondere con vari accorgimenti. I suoi rapporti omosessuali erano conosciuti ai più e non erano per lui motivo di vergogna. Il rapporto con Nicomede non rimase un unicum, da qui la fama di sodomita. Plutarco raccontò che Cesare amò il giovane Sarmento e Catullo parla di Cesare e del suo ufficiale Mamurra come “veri gemelli, due in un solo letto in sodalizio rivali alle ragazze”. Nonostante i tentativi dei rivali di screditarlo, riassumibili nell’epiteto “regina di Bitinia” datogli da Bibulo, console collega di Cesare nel 59 a.C., è lo stesso Cicerone  ad affermare che Cesare “non aveva avuto altra ambizione che il potere”. E, di conseguenza, i letti dei potenti.

Veronica Iorio

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