L’ultimo giorno della «Voce» di Indro Montanelli

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Chi non si sente a proprio agio in un giornale, magari perché non ritiene di essere utilizzato al meglio o perché crede di non avere sbocchi o adeguati margini di manovra, dispone di un ottimo e semplicissimo sistema per riguadagnare la tanto invocata libertà e indipendenza del giornalista: può cambiare giornale o nella peggiore delle ipotesi cambiare mestiere. Troppi giornalisti, invece, si piangono addosso e si lamentano, guardandosi bene tuttavia dallo schiodare le natiche da sedie e poltrone. Io e un’altra quarantina di giornalisti del «Giornale» non siamo stati né ci siamo mai sentiti degli eroi per aver seguito Montanelli alla «Voce». Semplicemente non volevamo passare in quattro e quattr’otto da un giornale di opinione a un giornale di partito, che si fosse trattato di Berlusconi o di D’Alema. Era l’anno in cui il nostro editore, Silvio Berlusconi, aveva deciso di scendere in campo. Fino a quel momento era stato il migliore degli editori possibili, perché non aveva interferito mai con Indro, al massimo faceva telefonare al capo dello sport per qualche garbata rimostranza quando riteneva che il Milan fosse stato maltrattato ingiustamente da un commentatore.

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Con il direttore e il condirettore Federico Orlando, che aveva appoggiato il Patto Segni, fu subito rottura. Ma in realtà non fu tanto uno scontro politico, fu piuttosto un’inevitabile collisione tra due personalità molto forti, ciascuna refrattaria alla resa o ai passi indietro, ciascuna decisa a non sfigurare e a prevalere sull’altra. L’amicizia tra Montanelli e Berlusconi si guastò in maniera irreversibile e fu il primo, logorato dagli attacchi di chi ne voleva l’allontanamento, a perdere la guerra. Montanelli fu messo nella condizione di lasciare il «Giornale» e da quella ferita nacque la «Voce». Quel “vascello corsaro” non soltanto naufragò dopo appena un anno di vita, ma svelò ancora una volta anche ai più ottimisti quanto fossero insidiosi, anche per i migliori ammiragli, i mari e le tempeste dell’editoria. Noi avevamo la garanzia di una leggenda vivente, l’uomo che aveva lasciato il «Corriere della Sera» di Ottone per fondare il «Giornale» e che aveva trovato la forza e i mezzi per fondare un altro quotidiano. Ma non fu sufficiente. La «Voce» (disegnata da Vittorio Corona, assai diverso dal figlio, l’ex paparazzo Fabrizio) poco si addiceva al pubblico di Montanelli, perché era un giornale graficamente algido, con dei fotomontaggi strani e controproducenti in prima pagina che strigliavano il Polo (come quello con Berlusconi, Fini e Bossi in camicia nera e orbace, con tanto di fez e  fasci littori, che credo ci avesse fatto perdere in un colpo solo cinquantamila copie), e un Montanelli che nei suo fondi sparava ad alzo zero contro il Cavaliere.

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I suoi vecchi lettori non capirono e credettero a una campagna denigratoria che volle far passare Indro per un traditore del centrodestra, addirittura per un comunista. Molti dei finanziatori della prima ora tagliarono la corda, molti “amici” scomparvero. Si scoprì in ritardo che i costi erano superiori alle previsioni perché era stato assunto troppo personale. La pubblicità e le vendite, scese a circa 80mila dalle 500mila dei primissimi giorni, non bastarono a coprire i debiti. Lo stampatore chiuse i rubinetti e la Voce di Montanelli si spense per sempre.

Luigi Bacialli

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