I profughi ebrei e il destino della St. Louis

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Il 13 maggio del 1939 il transatlantico di lusso St.Louis partì dalla Germania con a bordo novecentotrenta passeggeri ebrei, con direzione a Cuba. Il loro sogno era quello di scappare dalle persecuzioni naziste. La maggioranza di questi profughi, settecentotrentaquattro, doveva proseguire per gli Stati Uniti. La sosta all’Havana era per loro vitale, poiché non potevano entrare subito in America e dovevano attendere il visto dal governo americano di Roosevelt. Quando la nave arrivò a Cuba, iniziarono i problemi. Il governo dell’isola concesse lo sbarco solo a ventidue passeggeri e dopo due giorni di estenuanti trattative ordinò al piroscafo di lasciare le sue acque territoriali. Il capitano della nave, nel suo ritorno verso l’Europa, deviò in direzione Stati Uniti e puntò su Miami, convinto di trovare un sostegno nelle autorità americane. Anche qui lo sbarco fu reso impossibile e la St. Louis dovette tornare in mare aperto e dirigersi nuovamente verso la Germania hitleriana, verso Amburgo, nel porto dal quale erano partiti. Questo significava il sicuro internamento per i passeggeri ebrei della nave. Ma Morris Troper, delegato francese del Joint Distribution Committee, riuscì a smistare i passeggeri in diversi Paesi europei, mentre gli Stati Uniti continuarono a respingere ogni aiuto ai profughi.

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L‘anno successivo, mentre l’Europa era piombata nell’abisso della guerra, il diplomatico Breckinridge Long venne nominato assistente del segretario di Stato americano e nuove restrizioni vennero impose agli emigranti ebrei provenienti dalla Germania. Il nuovo assistente del segretario aveva una completa giurisdizione sul problema dei profughi; convinto che tra i rifugiati potessero nascondersi sabotatori e spie naziste, si oppose a qualsiasi liberalizzazione della restrittiva politica americana. Long riuscì a limitare ancora di più l’accesso agli Stati Uniti, tanto che la sua opera raggiungerà l’apice nel 1941. Ma i veri motivi che determinarono una così ferrea barriera di fronte alle porte dell’America erano i problemi economici che ancora nel 1938 affliggevano gli Stati Uniti. I ricordi della grande crisi del 1929 erano ancora troppo vivi per rischiare un’impasse economica, dovuta all’aumento dell’immigrazione.

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L‘opinione pubblica americana era rimasta sconvolta dalle drammatiche condizioni degli ebrei in Europa ma la maggioranza dei cittadini americani non era favorevole ad un aumento delle quote immigrative. Era troppo forte la preoccupazione di una nuova ondata di disoccupazione alla fine della guerra. Vi era quindi una profonda contraddizione tra la compassione mostrata per i profughi e la volontà di agire. Nello stesso Congresso, non solo non si volevano i profughi europei, ma non si voleva neanche intervenire nelle vicende del Vecchio Continente. L’atteggiamento del Dipartimento di Stato americano e del presidente ben si adattava a questo stato di cose e la contraddizione tra le umanitarie dichiarazioni pubbliche e le azioni ufficiali rispecchiava la stessa frattura esistente nella nazione. Roosevelt non volle forzare troppo il Congresso, così scelse la migliore soluzione, non certo per i profughi, con il rimandare il problema dei rifugiati attraverso lo schermo delle commissioni.

Laura Oppo

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