Il Natale di Roma

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Milleduecento anni prima della nascita di Cristo, il figlio del re di Troia, Paride, fece visita alla regione del Peloponneso, tra le calde isole greche ricoperte da querce e alti aceri, i quali adombravano cervi e cinghiali indaffarati nella loro fatica quotidiana, quella di cercare riparo dalle scattanti pantere e dai possenti leoni, che in quel lontano periodo popolavano la zona. Paride incontrò Elena, regina di Lacedemone, la futura Sparta, se ne innamorò e la portò via con sé. Menelao, suo marito, raccontò che Elena non scappò con Paride, ma che egli la rapì. Tutti i greci gridarono vendetta, si armarono, e su mille possenti navi da guerra puntarono la città di Troia, nell’odierna Turchia.

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Dopo dieci lunghi anni d’assedio la città cadde, i greci la invasero e liberarono Elena, la quale tornò tra le braccia di Menelao, che per il resto della sua vita si portò addosso la fama di cornuto. Mentre i greci saccheggiavano Troia e ne sgozzavano gli abitanti, alcuni di questi riuscirono a mettersi in salvo. Tra loro vi era un valoroso guerriero, che durante la difesa di Troia si distinse per le proprie abilità. Il suo nome era Enea, e insieme ad altri troiani salì su una imbarcazione diretta verso ovest, scrutando da lontano le alte fiamme che divoravano la loro città e squarciavano l’oscuro cielo senza luna, mentre la forte luce che emanavano illuminava il grande cavallo dal quale uscirono i soldati greci. Enea sbarcò in Italia, nel sud, e con le poche cose che possedeva si mise in marcia verso nord. Giunto nel Lazio, sulle rive del Tevere incontrò Lavinia, figlia del re di Laurento, una piccola città dalle case basse e umide, affollata da cani randagi sporchi di fango e mendicanti che passavano le giornate chiedendo del cibo, rannicchiati ai lati delle strade sudice mentre agitando le mani cercavano di tenere lontane le mosche.

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Enea e Lavinia fondarono una nuova città, Lavinio, l’odierna Pratica di Mare, dove vissero col figlio di lui, Ascanio. Quest’ultimo, trent’anni dopo, fondò Alba Longa, sulle montagne di Montalbano, facendone la nuova capitale del Lazio. I discendenti di Enea e Ascanio regnarono indisturbati per duecento anni fino a quando, otto generazioni più tardi, sul trono del Lazio vi erano seduti due re, Numitore e Amulio. Assetato di potere, Amulio fece arrestare il fratello, buttò la chiave della cella e uccise tutti i suoi figli, risparmiando soltanto la giovane e bella Rea Silvia, obbligandola a fare voto di castità per impedirle di generare un pretendente al trono di Alba Longa. Rea, durante una torrida mattina d’estate, cercava di rinfrescarsi in riva al Tevere, mentre il forte vento sollevava delle grandi onde giallastre che scivolavano dolcemente sul suo corpo, attenuando il calore regalato dal sole, il quale splendeva dietro le rondini che in volo cercavano di ingannare la noia. Il dio Marte, che per caso passava di lì, assistette alla scena, rimase rapito dalla bellezza di Rea, se ne innamorò e la mise incinta. Il re Amulio, furibondo per l’accaduto, ordinò a un suo servo di annegare nel Tevere quei due neonati, ai quali Rea aveva dato i nomi di Romolo e Remo. Il servo, impietosito dal loro sguardo innocente non li annegò, ma li mise su una zattera che si allontanava lentamente guidata dal vento.

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La piccola imbarcazione concluse il suo viaggio presso la palude del Velabro, ai piedi di una scura grotta chiamata Lupercale. Da questa vi uscì una vecchia signora, Acca Larentia, chiamata Lupa perché era solita appartarsi nella foresta coi giovanotti del posto. Tuttavia li allattò, si prese cura di loro e quando i due fratelli furono abbastanza grandi per comprendere la loro storia tornarono ad Alba Longa. Uccisero Amulio, liberarono Numitore e decisero di fondare una città tutta loro. Andarono dove la loro zattera si era arenata, in mezzo a delle colline bagnate dal passaggio del Tevere, dove l’erba dei campi scintillava grazie alla brina che splendeva appena veniva abbracciata dai raggi del sole. Fecero un cerchio e costruirono delle mura, giurando di uccidere chiunque osasse minacciarle. Remo, scettico sulla loro resistenza, ne fece cadere un pezzo con un calcio. Allora Romolo, onorando il giuramento pronunciato poco prima, prese una vanga e con un colpo secco alla nuca lo ammazzò, macchiando col sangue fraterno quel 21 aprile 753 Ab Urbe condita.

Stefano Poma

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