Il papa che rivoluzionò il calendario: Gregorio XIII

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Il ventiquattro febbraio 1582 Gregorio XIII con la bolla papale Inter gravissimas, promulgata a Villa Mondragone, annunciava l’entrata in vigore del calendario gregoriano. La storia del papa bolognese Ugo Buoncompagni.

Al secolo Ugo Buoncompagni, nato a Bologna il 7 gennaio 1502, dopo la laurea conseguita nella prestigiosa università di Bologna nel 1530 esercitò l’attività di docente di diritto dal 1531 al 1539. Ad una condotta dissoluta (ebbe anche un figlio illegittimo) seguì un’improvvisa conversione nel 1538, che culminò nella decisione di intraprendere la carriera ecclesiastica con l’ordinazione sacerdotale, che avvenne nel 1542, quando aveva quarant’anni. Per il futuro Gregorio XIII non tardarono ad arrivare l’affidamento di importanti responsabilità giuridiche: fino al 1546 svolse il compito di primo giudice della capitale e di vice cancelliere della campagna e nello stesso anno venne nominato dal pontefice Paolo III abbreviatore al Concilio di Trento. I buoni esiti da lui riscontrati in campo giuridico spinsero il papa Paolo IV a servirsene per svolgere missioni diplomatiche. Nel 1558 ottenne, inoltre, la nomina a vescovo di Vieste (pur mantenendo gli impegni presso la Curia romana).

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Alla fine del 1561, Buoncompagni ottenne un nuovo incarico presso il Concilio di Trento, terminato il quale fece ritorno a Roma, nella quale fu creato cardinale il 12 marzo 1565, con il titolo presbiteriale di San Sisto. Ed è in questo periodo che, mentre si occupava di mantenere relazioni diplomatiche con l’importante legazione spagnola, ebbe l’occasione, nonché la fortuna, di conoscere il sovrano spagnolo Filippo II. Tale conoscenza fu molto cara al Buoncompagni in occasione della dipartita del pontefice Pio IV, la cui morte segnò una vacanza della S. Sede, che, come osserva Ludovico Von Pastor in “Storia dei Papi”, nel periodo delle Riforma e restaurazione cattolica l’atmosfera pontificia raramente trascorse «così calma».

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Il conclave, che vedeva partecipi cinquantuno cardinali, di cui uno polacco, due spagnoli, quattro tedeschi e tutti i restanti italiani, ebbe inizio dopo la sepoltura del pontefice e la celebrazione della messa dello Spirito Santo, che avvenne il 12 maggio 1572. Per Antonio Boccapaduli, un esempio che sarebbe stato d’ausilio agli elettori nella scelta del futuro papa era senz’altro Pio V, a cui auspicava sarebbe dovuto assomigliare il nuovo pontefice. Poco prima della chiusura del conclave, vi fece ingresso il cardinale Granvella, che già nel settembre 1571 era stato assegnato da Filippo II per capo nel conclave ai cardinali spagnoli. Nonostante molti avessero profetizzato un conclave di lunga durata, gli eventi ebbero tutt’altro corso: il giorno dopo il papa era eletto. Gli aspiranti alla carica erano diversi, ma tutti (eccetto il Buoncompagni) incontrarono una strenua opposizione, anche il cardinale Alessandro Farnese, il più operoso di tutti, che si scontrò con la dura opposizione dei Medici e dei loro aderenti. Ma la dura opposizione di Cosimo de’ Medici, seppur unita alla forza del figlio cardinale Ferdinando unita a quella del suo segretario Concini, a nulla sarebbe valsa se non avesse trovato l’importante appoggio del re di Spagna, Filippo II.

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Questi ebbe modo di esercitare la sua influenza nel collegio cardinalizio in maniera impressionante; il cardinale Antoine Perrenot de Granvella ricevette il compito di recarsi a Roma al fine di distogliere il Farnese dalle sue aspirazioni. Appena raggiunse il conclave, questi non mancò di dare luogo alla sua “missione”: raggiunto il Farnese, lo persuase a rinunciare a fare ogni ulteriore passo per il conseguimento della tiara, comunicandogli come tale richiesta venisse da Sua Maestà Cattolica, nell’interesse del mantenimento della pace in Italia. Consapevole dell’inutilità di ogni sua resistenza, Farnese accettò la volontà di Filippo II; tuttavia, chiese a Bonelli (il capo dei cardinali di Pio IV) di poter proporre quattro candidati, che furono: Ricci, Savelli, Correggio e Buoncompagni. Le candidature proposte dal Farnese non trovarono però il consenso di Bonelli, che le rigettò tutte, fatta eccezione per quella del Buoncompagni, ritenuto meritevole di rivestire il ruolo di pontefice. Appare singolare come Ricci fosse ritenuto indegno perché aveva un figlio illegittimo, al pari di Buoncompagni, che, invece, era riconosciuto meritevole di rivestire tale incarico.

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Ad avvenute elezioni, messo di fronte a questa disparità di trattamento, Borromeo rispose di non essere stato messo a conoscenza della condizione del Buoncompagni, ma che, tuttavia, lo Spirito Santo lo aveva saputo, senza peraltro impedirne l’elezione. Anche Rediba, Sirleto, Albani e Paolo Burali vennero rifiutati, perlomeno inizialmente, dal Farnese. I due cardinali si accordarono infine su Burali e Buoncompagni; l’indomani, un’ulteriore discussione tra i due produsse l’accordo che si sarebbe dovuto sostenere unicamente il Buoncompagni. La sorte del consiglio dei cardinali di Pio IV non fu diversa. Carlo Borromeo propose inizialmente Burali, ma si dovette scontrare con gli stessi cardinali del suo partito, che ritenevano Burali  un uomo estremamente austero, che viveva solo dei suoi esercizi ascetici.  Borromeo propose, dunque, Sirleto e Buoncompagni. Sirleto, pur ritenuto una persona dotta, era  tuttavia inesperto per gli affari, e gli sforzi di Borromeo non furono sufficienti a mantenere valida la candidatura. Restò dunque, anche presso questo gruppo di elettori, come unico candidato il cardinale Buoncompagni, con buona pace del Borromeo. Alle sei di sera Buoncompagni era eletto, e in ricordo del fatto che in passato aveva portato la porpora nella festa di San Gregorio Magno, si nominò Gregorio XIII.

Giovanni Gai

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