Caterina da Siena, la mistica che riportò il Papa a Roma

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La Roma che assisteva all’alba del Quattordicesimo secolo si preparava ad attraversare il periodo più buio della propria storia. La città era in mano a ricchi nobili senza scrupoli, a un governo di corrotti e la Curia traboccava di profittatori e di eretici. Per le strade vi era ovunque povertà: i bambini saltavano scalzi da una montagna di fango e rifiuti all’altra, le donne malnutrite fingevano di pregare le piccole statuette dei santi ai quali nessuno credeva più e giovani e vecchi si appartavano nei bui e maleodoranti vicoli dell’urbe, abbracciati alle lucciole coperte di pulci. Il Papa, Clemente V, denunciando questo clima di corruzione e immoralità che aveva trasformato la Roma cristiana in una città senza volto né anima, trasferì nel 1309 la sede papale ad Avignone. Dante, a ragione, parlò di “cattività avignonese”, poiché il motivo del trasferimento, in realtà, era politico; si cercava, in questo modo, di proteggere il papato sotto la Corona francese di Filippo il Bello. Anche Papa Clemente era francese, come lo erano la maggioranza dei cardinali e dei funzionari ecclesiastici, e come lo saranno tutti i papi e i cardinali nominati nel lungo periodo avignonese che durò settant’anni. Ma dall’Italia, erano forti le pressioni che a gran voce chiedevano il ritorno del Papa a Roma: Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Coluccio Salutati, ma soprattutto Caterina da Siena.

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Caterina era nata nel 1347, ultima di venticinque figli. A sei anni sognò Gesù e da quel momento decise di dedicargli tutta la vita, facendo voto di castità. In un’epoca nella quale le donne servivano soprattutto a fare figli, al compimento del dodicesimo anno i genitori decisero di trovarle marito. Caterina rifiutò, convinta di voler proseguire quella vita secolare che già le aveva procurato numerosi problemi. Era solita procurarsi ferite, convinta che ogni supplizio patito l’avvicinasse a quelli subiti da Gesù in croce, da colui che lei definiva “il mio sposo”. Si rasò i capelli, smise di mangiare pane e carne, cibandosi soltanto di verdure crude. La fama di Caterina, di questa mistica che parlava con Dio, crebbe, così come il suo egocentrismo. Era certa che le disgrazie inflitte dal Signore agli uomini erano in realtà volte a punire lei. Dopo la morte del padre, Caterina lo sognò in purgatorio; allora parlò con Dio, chiedendogli di rivedere quel suo severo giudizio sull’uomo che tuttavia l’aveva messa al mondo. Quella stessa notte, gli apparve il genitore del paradiso e al mattino Caterina si svegliò con un dolore al fianco destro che si portò dietro per tutta la vita. Anche dopo la morte della cara sorella Bonaventura, credette che Dio volle punirla poiché non dedita abbastanza a lui. Attorno alla giovane mistica si radunarono numerosi discepoli, numerosi fedeli, e saranno numerosissime le lettere che Caterina, dall’alto della sua popolarità, scriverà ai vari papi, sollecitandoli di tornare a Roma. Giunse perfino a vantare il proprio rapporto diretto con Dio in una lettera di minaccia a Papa Urbano V, il quale tentennava il ritorno a Roma: “E stia ben attento che io non mi lamenti di Lei con qualcuno che sta lassù in alto”.

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Urbano ascoltò l’appello di Caterina e tornò a Roma nel 1367, preoccupato tuttavia più degli sbandati reduci della guerra dei Cent’anni che si dirigevano verso Avignone più che della vendetta divina. L’entusiasmo di Caterina durò soltanto tre anni poiché, appena la situazione in Francia si stabilizzò, il Papa ci fece ritorno. Il successore di Urbano, Gregorio XI, grande sostenitore della Roma cristiana, tornò definitivamente in Italia il 18 gennaio del 1377. Morì l’anno successivo e nell’aprile gli succedette l’arcivescovo di Bari Bartolomeo Prignano, il quale decise di prendere il nome di colui che intende fortemente restare nell’urbe: Urbano VI. I cardinali, in maggioranza francesi, si pentirono di aver fatto Papa un uomo animato dalla volontà di concludere il periodo del papato avignonese, e nel settembre ne nominarono un altro: questa volta fu eletto il cardinale Roberto di Ginevra, il quale prese il nome di Clemente VII, e nel giugno del 1379 si insediò ad Avignone. Il mondo cristiano aveva quindi due papi, i quali si scomunicarono e maledirono a vicenda. La Chiesa era spaccata e Caterina oramai si autopuniva senza più freni. Smise completamente di mangiare e di bere, trafiggeva la propria carne con dei chiodi simili a quelli che trafissero il corpo di Gesù e non dormiva più di due ore per notte. Morì il 29 aprile 1380, con le due parti cristiane in piena lotta tra loro, angosciata dal proprio fallimento, e invocando con l’ultimo fiato che aveva nel suo gracile corpo quel Dio col quale, probabilmente, non aveva mai parlato.

Stefano Poma

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