Un libro al giorno: La tragedia del sottomarino K-141 Kursk

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Sabato 12 agosto 2000. Mare di Barents. Alle 11:28 una forte esplosione scuote le fredde acque prospicienti la penisola di Kola in Russia a circa 85 miglia al largo di Severomorsk, registrata anche dai sismografi norvegesi e inglesi. In quell’attimo il destino del sottomarino nucleare Kursk – il più grande al mondo e fiore ad occhiello della Marina Russa – era segnato, così come lo era quello dei suoi 118 marinai a bordo: il battello si inabissò adagiandosi a circa cento metri di profondità. Non vi saranno sopravvissuti.

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A diciassette anni di distanza da quello che rappresenta uno dei maggiori disastri navali militari del XX° secolo, il ricordo della vicenda resta impresso non solo nelle menti e nei cuori delle famiglie dell’equipaggio, ma anche nelle analisi degli studiosi che cercano di ricostruire la politica russa di quegli anni. Infatti la vicenda non solo è  sintomatica del grave stato di arretratezza del dispositivo militare russo  erede dell’ ormai decadente materiale sovietico, ma si colloca ad appena tre mesi dall’insediamento di Vladimir Putin come presidente della Federazione Russa. Infine, attorno al disastro si intrecciano aspetti di politica interna ed estera ancora poco chiari, e che probabilmente rimarranno  tali a lungo, dal momento che i documenti e i file in merito sono stati definiti dal governo russo come «classified» almeno sino al 2030.

Gian Lorenzo Zichi

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La tragedia del sottomarino K-141 Kursk

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