Purchessia

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Purchessia è un uomo qualunque; quarantacinque anni, passati nella noia dell’anonimato. Nella massa è impossibile distinguere, individuare Purchessia. Ma egli non se ne ravvede. Purchessia non conosce altro mondo fuorché quello suo; è il misantropo, per eccellenza, delle diversità, della pluralità sociale. I suoi valori sono quelli che già lo erano stati per i suoi avi. Purchessia non sa che Montesquieu, sulla sua condizione sociale, scrisse il tomo chiamato “Lo spirito delle leggi”; tuttavia, non sa nemmeno chi sia Montesquieu. Purchessia non si cura di ciò che non potrebbe recargli un tornaconto economico immediato. Nella sua vita s’è lanciato disordinatamente su qualsivoglia tipo di lavoro potesse capitargli: sa fare di tutto ma non è esperto di nulla. Nei mestieri servili è il migliore sulla piazza. Non potrete trovare nessuno che, come Purchessia, pronunci sinceramente, di cuore, le parole “sì, signore”. Ha del lavoro ancora quella concezione contadina, neolitica, antica, del sistema feudale.

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La modernità lo spaventa e lo affascina allo stesso tempo; mentre storce il naso all’auto elettrica che “non fa rumore e non supera i 140 km/h”, rimane affascinato dal controllo di stabilità, dalla cappotta elettrica, dal navigatore satellitare che “sa sempre dove devi andare”: Purchessia non ha occhi che per il suo televisore “full HD”. Acquistarlo gli è costato parecchio lavoro straordinario. Ma egli è tuttavia convinto che ne sia valsa la pena. Il riposo del lavoratore davanti alla tv, pensa, “è il riposo del guerriero”; è un qualche cosa di sacro; come, del resto, è sacro tutto quello che gira intorno alla vita e agli ambienti di Purchessia. Sarebbe capace, superato il terzo chilometro della superstrada, di tornare indietro per baciare la madonnina di ceramica che da una scatoletta di legno, posta al lato della strada che è l’ultima uscita del paese, saluta e benedice gli automobilisti, ricordandogli che lei è lì per proteggerli. Purchessia è ateo. Vive la propria religiosità cercando la grazia nei santi amici suoi, della sua gente. Da quando è disoccupato si è rivolto, affinché intercedesse, a San Giorgio, patrono del suo paese, che lo ricorda al suo ingresso con una vecchia statua piazzata, imponente, nella grande piazza comunale. La targa che ne ricorda il martirio è stata dapprima rubata e mai sostituita, nonostante le numerose pressioni del parroco al sindaco, eletto quest’anno per la sesta volta consecutiva: pressioni che hanno trovato più volte anche l’appoggio di Purchessia, il quale offrì, a suo tempo, la propria disponibilità nel riporla al suo posto, una volta che il fabbro avesse inciso sulla lastra di ferro le lettere che ricordano la vicenda di San Giorgio.

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Tra le tante cose che Purchessia ignora c’è la politica. È altresì affetto da un’indifferenza infantile, che spesso sfoga nella violenza. Non bisogna mai discutere con Purchessia dopo che beve. Più volte è finito, a notte inoltrata, nella caserma dei carabinieri più vicina, che dista dalla sua casa quattro chilometri. La madre stessa, con cui tuttora abita, non può riuscire a ricordare quante volte, al mattino, ha osservato dalla finestra la volante che riportava a casa il figlio, ancora visibilmente stordito dagli effetti dell’alcool. L’unico momento in cui i due possono confrontarsi è alla sera, durante la cena. Anche se, tuttavia, Purchessia ha un rapporto diretto con la tv. Durante i telegiornali, ad esempio, è solito prendersela coi politici che vi compaiono. E lì, instaura con loro un vero e proprio dialogo – anche se unilaterale. “E tu, quanto prendi di stipendio?”; “bastardo”; “una rivoluzione ci vorrebbe”; “deve andare Rambo ad ammazzarli tutti”, grida mentre consuma la cena, e mentre guarda quei politici, che non si è mai interessato di conoscere, sul suo schermo “full HD”.

Stella Bianca

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