Le spartane

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“La mancanza di regole sul comportamento femminile è dannosa allo spirito della costituzione e alla felicità della città. Allo stesso modo in cui l’uomo e la donna sono parti essenziali della casa, così la polis deve essere considerata come divisa tra la massa degli uomini e quella delle donne. Di conseguenza, in tutte le costituzioni dove la condizione delle donne non è ben definita, metà, della polis deve essere considerata senza leggi”. Così scrive Aristotele, commentando la costituzione spartana. E aggiunge: “Questo è esattamente quello che è accaduto a Sparta. Volendo regolare la vita di tutta la città, il legislatore lo ha fatto per gli uomini, ma non si è preoccupato delle donne. E così queste vivono nella sregolatezza totale e nella mollezza”. Aristotele era un Ateniese, e come tale non poteva capire la cultura spartana.

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La condizione delle donne spartane era molto particolare poiché venivano educate a vivere liberamente all’aria aperta. Anche se sposate, non erano tenute a dedicarsi né ai lavori domestici, cui provvedevano le schiave, né alla crescita dei figli, affidata alle nutrici. I loro diritti sono scritti sulla “Grande epigrafe” di Gorinta, che garantiva loro perfino il diritto di evitare i matrimoni sgraditi. Vestivano con tuniche corte e potevano inoltre liberamente circolare con gli uomini. Esse erano inoltre libere di dedicarsi al canto, alla danza e soprattutto agli esercizi ginnici, cui erano addestrate fin dalla più tenera età: così facendo davano figli robusti alla patria. Narra ad esempio Plutarco che un giorno una straniera avrebbe detto a Gorgo, moglie del re di Sparta Leonida: “Voi Spartane siete le sole donne che comandano i loro uomini”. E Gorgo rispose: “Siamo le sole che generano uomini”.

Veronica Iorio

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