La nascita della Lega Nord

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“Io vengo dalla strada. Io vengo dalla gavetta. Viaggio a cavallo come i miei avi e mangio carne cruda, posta tra il sedere e il cavallo. Certo, mi sento un barbaro. Noi siamo barbari che vogliono diventare generali dell’esercito bizantino”, dichiarava Umberto Bossi durante uno dei suoi primi discorsi da fondatore della Lega. La Lega Nord nacque come un vero e proprio movimento di protesta. Per i suoi primi elettori rappresentò la speranza di un cambiamento, la rivolta contro uno Stato corrotto (definito “Roma ladrona”) e in cui bisognava applicare un nuovo governo di tipo federale o, addirittura, la secessione dall’Italia. All’inizio degli anni Novanta la rivolta antipartitica stava raggiungendo il suo culmine. I partiti erano visti dai leghisti come un “ammasso di ladri” e gli immigrati come “invasori” che mettevano in pericolo l’economia del nostro Paese. La base sociale della lega era composta da artigiani, allevatori, imprenditori, commercianti e piccoli professionisti, che condividevano le stesse idee di protesta; una parte della popolazione italiana stanca delle tasse, della burocrazia lenta ed inefficiente, che vedeva nei politici seduti in Parlamento soltanto dei “criminali”, che “oziavano nei loro stipendi d’oro e nei loro privilegi”.

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Il problema del grande debito pubblico che pesava sull’Italia era poi un’arma da sfruttare da parte della Lega contro tutti i partiti, i quali pensarono di accusare i leghisti di antipolitica e di fornire solo proposte irrazionali, demonizzando un nemico che andava forse studiato con più attenzione, vista la grande percentuale di crescita che la Lega otteneva ad ogni elezione. Il popolo padano parlava con un linguaggio rozzo e volgare, ma rappresentava, in quel periodo, la rabbia della gente e al tempo stesso la normalità, contro i grandi panegirici dei politici di professione. Bossi riusciva ad emozionare la folla, a differenza dei leader politici che non raggiungevano più la credibilità. Più il tempo scorreva, più cresceva il numero degli italiani che si dicevano “oppressi” dall’Italia stessa. Aumentavano le campagne leghiste contro gli immigrati e i meridionali, colpevoli, a loro avviso, di essere “venuti al nord per rubare lavoro e beni della gente onesta”. La Lega cavalcò così un sogno, quello di riportare i cittadini a sedere nel Parlamento: “i partiti occupano uno spazio che non è il loro, soffocano la partecipazione dei cittadini alla vita democratica, li hanno espropriati della capacità di decisione e si spartiscono tra di loro privilegi e soldi”, gridava Bossi in piazza.

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I partiti stessi, con lo scoppiare degli scandali e con la mancanza di una vera e propria visione del futuro, diedero forza  al movimento di protesta che si riconosceva nella Lega, la quale, durante tutto il 1992, vide accrescere notevolmente il proprio consenso. Forte dei buoni risultati e della crescita ottenuta dal suo partito, Bossi arrivò ad ipotizzare la divisione dell’Italia e conquistò alle successive elezioni comunali la città di Brescia. Nel nord, infatti, gli elettori in fuga dalla Dc votarono in gran parte per la Lega. L’obiettivo di Bossi era la secessione della Padania, oppure la creazione di uno stato federale che potesse dare più autonomia alle regioni del Nord. Diventò un esempio agli occhi dei suoi elettori, pronti a votarlo per lottare contro le lobby e le organizzazioni segrete che tramavano contro il Paese. L’immagine mediatica di Bossi che girava senza scorta, a piedi, come una persona comune, lo rendeva diverso dai politici con le loro scorte e le auto blu. “Che pena, che ignoranza” era il mantra ripetuto da chi voleva criticare il nuovo partito di Bossi, sperando di fermare un’onda di protesta che invece travolse i partiti.

Luca Michetti

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